L’ultima volta che un candidato democratico al Senato ha espugnato il fortino rosso del Texas risale al 1988. Erano i tempi di Lloyd Bentsen: le guerre culturali tra Maga e paladini woke non erano ancora il carico da novanta delle campagne elettorali. Ma è il 2026, il Midterm si avvicina e Donald Trump ha imposto alla partita texana tra il repubblicano Ken Paxton e il democratico James Talarico soltanto colpi sotto la cintura. Tutto sembra giocarsi su un punto: Talarico, accusato di essere gay e vegano, è abbastanza virile per rappresentare il Texas al Campidoglio?

Gli attori in campo

La corsa texana per il seggio da senatore in palio è la fedele fotografia della politica americana. La vittoria alle primarie di Paxton, una caricatura ai limiti della commedia del guerriero Maga, è stata segnata dall’endorsement di Donald Trump e ha rottamato l’uscente John Cornyn, senatore del Texas dal 2002 e repubblicano vecchio stampo dell’era Bush. Ancora una volta il tycoon ha puntato tutto sulla fedeltà alla linea. Se vincerà, sarà l’ennesimo scatto a destra del Gop.

La vittoria alle primarie dell’astro nascente Talarico, seminarista presbiteriano di 37 anni, va oltre l’era Harris. Parla il linguaggio del Texas tradizionale, attraverso il filtro del Vangelo, e attacca le disuguaglianze economiche. Attira i repubblicani delusi, strizza l’occhio ai latinos – decisivi nel 2024 per la vittoria di Trump – e si propone come alternativa alla crisi morale. Un volto gentile, spesso paragonato a Jimmy Carter, ancora segnato da alcune uscite sfortunate del 2021, come quando disse che «Dio è non binario».

Le campagne a confronto

Talarico non è un bersaglio facile, ma la macchina del fango di Trump non si è arresa. Il tycoon l’ha definito «un nemico di Gesù Cristo», il suo consigliere Stephen Miller «il primo candidato transgender al Senato», mentre Ken Paxton ha rincarato la dose con «gay vegano», «Tofu Talarico» e altri epiteti sul suo basso testosterone. In breve, non sarebbe abbastanza uomo per lo stato che mangia e produce più carne di tutti gli Stati Uniti, dove everything is bigger.

Trump ha fiutato il pericolo della sconfitta. Come spiega Philip Elliott sul Time, gli attacchi ad personam alle nuove leve dei dem, come anche in Georgia e New Hampshire, suggeriscono che «ha difficoltà a proporre una frame convincente per mantenere il dominio». E quindi punta tutto sulla definizione dell’avversario, appiccicandogli in fronte impopolari etichette woke. Ma non solo. L’estetica mascolina è diventata una cifra essenziale del popolo Maga: Talarico è gay, brutto, debole, vegano, dunque incapace. «Non possiamo fare questo al Grande Stato del Texas!», tuona The Donald su Truth, con un post che paragona il viso Talarico alla mascotte Alfred E. Neuman.

Dal canto suo, la promessa dal cognome italo-americano è in vantaggio nei sondaggi di almeno tre punti, ha ottenuto l’appoggio di Obama, raccolto oltre 40 milioni di dollari – molti in più di Paxton – e sembra reggere all’offensiva nemica. Anche Talarico gioca d’attacco e accusa di corruzione l’avversario, incriminato per frode, accusato di abuso d’ufficio e messo sotto impeachment dagli stessi repubblicani nel 2023. A sorpresa, Dan Cogdell, l’avvocato che difese Paxton dalla messa in stato d’accusa, ha scelto di appoggiare il candidato dem, in protesta contro l’obbedienza cieca a Trump del suo ex assistito.

Eppure, la sassaiola degli insulti è rimasta addosso a Talarico, che ha subito smentito le insinuazioni. Sì, perché, dettaglio a margine, il seminarista mangia bistecche senza problemi e ha una compagna. Così ha reagito con una foto dove addenta della carne e ha rilanciato: «Mangio ai barbecue da prima che Ken Paxton fosse incriminato per la prima volta». Non sazio, in un comizio a Dallas ha preso di mira l’aumento del prezzo della carne di manzo, incolpando i dazi repubblicani.

La strategia trumpiana, comunque vada, ha colpito nel segno: Talarico si è piegato ai suoi colpi bassi e ha respinto le accuse, assecondando la vera tesi in palio: un texano degno di definirsi tale deve mangiare carne e sbavare dietro all’altro sesso. E così, la guerra culturale continua a incoronare la violenza trumpiana.

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