Con poche righe sul social Truth Donald Trump ha tagliato il canale diplomatico che lui stesso aveva suscitato con l’Iran, lasciando intendere che un attacco militare potrebbe essere imminente: «Patrioti iraniani, continuate a protestare, occupate le istituzioni!! Conservate i nomi degli assassini e abusatori, pagheranno un prezzo enorme. Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani fino a quando l’insensato massacro dei manifestanti non finirà. L’aiuto sta arrivando», ha scritto il presidente, concludendo con la sigla «Miga», “Make Iran great again”.

Fase di escalation

L’ordine ai cittadini americani di abbandonare subito il paese e l’imposizione di dazi del 25 per cento ai paesi che commerciano con l’Iran erano le avvisaglie di una fase di escalation.

Gli incontri fra gli emissari di Washington e Teheran erano già fissati in agenda, e il ministero degli Esteri di Teheran aveva anche abbandonato il canonico gioco delle parti per mostrare pubblicamente un’apertura al negoziato. Lo scenario politico, incredibilmente infiammato e fragile, è improvvisamente precipitato.

Immediata la reazione della Russia: le potenze straniere che minacciano la guerra «devono essere consapevoli delle terribili conseguenze di tali azioni per la situazione in Medio Oriente e per la sicurezza internazionale globale», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova.

L’amministrazione aveva anche annunciato dazi secondari che colpiscono principalmente Cina, Turchia e alcuni paesi del Golfo, mentre procedeva in parallelo un vibrante dibattito all’interno dell’amministrazione su come procedere.

Siamo «inorriditi dalla violenta repressione delle proteste», ha scritto in una nota l’Onu, mentre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha condannato il «terrificante» numero di vittime, annunciando nuove sanzioni europee all’Iran.

Vance contro i falchi

Nelle stanze della Casa Bianca si sta consumando uno scontro sulla strategia. Il vicepresidente, JD Vance, guida una fazione che suggerisce la via diplomatica e si oppone a un intervento militare. I falchi spingono invece per azioni mirate contro le infrastrutture nucleari iraniane, sfruttando il momento di debolezza del regime per completare quanto iniziato nel giugno scorso con la Guerra dei 12 giorni.

Il messaggio belligerante del presidente va nettamente nella direzione di una iniziativa militare, confermando così le ricostruzioni giornalistiche che mettevano il presidente nel campo interventista. Secondo una meticolosa ricostruzione del Wall Street Journal, negli ultimi giorni la posizione del presidente si è rapidamente spostata verso l’inevitabilità dello scontro.

Trump ha chiesto ai generali del Pentagono diverse opzioni operative, dai bombardamenti mirati a operazioni con forze speciali. Ma ha espresso preoccupazione per le conseguenze: chiusura dello Stretto di Hormuz, attacchi contro basi americane e Israele, coinvolgimento di milizie alleate dell’Iran in Iraq, Siria, Yemen e Libano.

La posizione di Vance riflette una corrente più isolazionista che vede con sospetto l’impegno militare, mentre i falchi sostengono che la combinazione di proteste interne, isolamento economico e debolezza militare rappresenti un’opportunità unica per neutralizzare la minaccia nucleare. Alcuni consiglieri hanno proposto attacchi aerei limitati contro i siti di arricchimento dell’uranio, sostenendo che il regime non avrebbe la capacità di rispondere efficacemente.

Il calcolo della guerra

I massacri nelle piazze hanno cambiato radicalmente il quadro strategico. Da un lato hanno dimostrato la disperata determinazione del regime a mantenere il potere con qualsiasi mezzo, dall’altro hanno rivelato quanto è profonda la crisi di legittimità del regime. Fra questi due fattori Trump ha visto aprirsi un pertugio, che potrebbe essere funzionale a cementarne l’immagine di uomo forte che decapita chi non lo asseconda, nonché di stabilizzatore del Medio Oriente.

La comunità internazionale non può difendere in alcun modo la brutalità dei massacri dei pasdaran, e questa condizione è favorevole per chi parteggia per l’intervento: un po’ come in Venezuela, qualunque sia l’intenzione dell’aggressore, l’azione finirà per danneggiare un regime che soltanto a Mosca e Pechino hanno il coraggio di proteggere. Le intelligence occidentali valutano che il regime, nonostante la brutalità, sia in una posizione precaria.

Trump deve bilanciare questi fattori con le pressioni interne. La base repubblicana è divisa sulla stessa linea di frattura che attraversa la Casa Bianca, dove la corrente di Vance sembra avviata a una nuova sconfitta nella dialettica con quella capeggiata idealmente da Marco Rubio, segretario di Stato delegato a qualunque cosa, soprattutto ai regime change.

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