Mentre Benjamin Netanyahu stava volando da lui - si incontreranno per l’ottava volta martedì 28 luglio – Donald Trump dichiarava lunedì all’emittente israeliana News 12 che «colloqui approfonditi» con l’Iran sono in corso, per questo i raid sono stati sospesi, ma «se non avranno successo, torneremo ad un'azione militare decisa». Dopo tredici giorni di bombardamenti a tappeto e di minacce, altrettanto martellanti, di intensificarli, il tycoon ha deciso di voler dare «un po’ di spazio ai negoziati», e per questa nuova posizione si è attirato il rimprovero di ingenuità da parte del ministro per la Sicurezza israeliano Ben Gvir.

Per quanto riguarda Netanyahu,

Trump ha messo le mani in avanti, prevedendo quali sono le pressioni in arrivo dal premier di Tel Aviv: «Parlerò con Bibi del fatto che, se non fossi presidente, l'Iran avrebbe già le armi nucleari e Israele sarebbe stato distrutto». Così ha detto ad Axios, mentre successivamente dall’Air Force One ha voluto ribadire il concetto: «Sapete chi non sopravviverebbe senza di noi? Israele».

La conta dei missili

Negoziati: dove hanno fallito Pakistan e Qatar, potrebbe riuscire la scarsità; l’amministrazione Trump, negli ultimi tempi, la sta sperimentando su molteplici fronti. Di motivi per chiudere il conflitto, ce ne sono sempre di più ogni giorno : scarsità di intercettori antimissile Patriot disponibili, per esempio. Forse a fermare Trump sarà una parola piccola, di sole quattro lettere: “ammo”, abbreviazione gergale di munizioni. Facendo i conti, a questo punto del conflitto, gli Stati Uniti hanno già lanciato oltre 1.200 Patriot e le stime interne del dipartimento della Difesa segnalano depositi pericolosamente vuoti- diventati ancora più vuoti dopo l’ultima escalation.

«Abbiamo molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno». Ben poco ha inciso questa dichiarazione dai toni – come d’abitudine iperbolici - rilasciata dal presidente al Wall Street Journal per smentire l'interpretazione ben motivata apparsa nelle pagine del New York Times: che il rinvio dell'escalation non risponda a un'autentica volontà di riaprire il canale diplomatico, bensì alla necessità di valutare il prezzo strategico e militare che sta comportando il conflitto.

«Look, we’re locked and loaded», siamo armati fini ai denti, ha detto Trump, ma forse siamo pure a un punto di svolta dei negoziati che procedono lenti – secondo i funzionari Usa – per la spaccatura all’interno della leadership sciita, attraversata da lotte intestine e da visioni divergenti su direzione e metodi da seguire.

Poi c è scarsità di alleati complici, perché quelli del Golfo stanno diventando riluttanti ed esasperati dagli attacchi e dai danni alle loro infrastrutture per i raid iraniani. Scarsità di prospettive che il regime iraniano crolli davvero. Anzi, ne sta uscendo rafforzato dalla presenza di un nemico comune che urla, strepita e poi bombarda. E poi c’è il rischio dell’espansione del campo di guerra: questo conflitto riguarda adesso non solo il Mar Rosso – dove i ribelli Houthi lunedì hanno mandato in fiamme l’impianto di Abqaiq e tre giorni fa hanno colpito gli impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco – ma anche il Mar Caspio dove Kiev ha mirato contro alcune imbarcazioni usate per trasportare materiale iraniano.

Allargando ancora di più il perimetro delle previsioni, rimane il rischio di una crisi economica globale, nonostante il prezzo del Brent sia tornato a scendere del 5% dopo il primo spiraglio di una possibile trattativa tornata lunedì di nuovo in gioco.

Nelle stanze dove si stanno chiudendo in questi giorni Iran e Oman per decidere della gestione dello Stretto gli americani non ci sono. Da Teheran, in alcun modo, arrivano segnali di una volontà di riprendere i colloqui, che «non fanno parte del Dna iraniano» e che, secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, non sono stati richiesti per aprire nuovi tavoli negoziali a Ginevra o Islamabad. Teheran non concederà agli Stati Uniti di «determinare il momento della guerra o della pace». Nella Repubblica sanno che quello iraniano, per gli americani, si sta rivelando un pantano: nelle sabbie mobili da cinque mesi «Washington sta semplicemente annaspando nella situazione disastrosa che si è creata insieme al regime sionista».

Voce ai mediatori

Se qualche canale di comunicazione rimane aperto è solo grazie al ponte dei mediatori e non certo grazie ai social dove Teheran e Washington sembrano confrontarsi come teenager con a disposizione sia il bottone nucleare che le tastiere dei computer dell’intelligenza artificiale. Se Capitan Trump nelle immagini inventate appare a prua delle petroliere dove pesta bandiere iraniane e issa quelle americane, in quelle sciite compare un soldato americano in fuga dal sole rovente dell’isola di Kharg che striscia e viene deriso: «Troppo caldo per te, debole. Torna al tuo condizionatore».

Al Pentagono, sembra, non riescono nemmeno a definire con precisione dove finisca il tempo di pace e inizi quello di guerra, né quanti siano davvero i morti e i feriti tra le proprie fila. Dopo una lettera dei legislatori che chiedevano chiarimenti su cosa stesse provocando le variazioni e diminuzioni nel conteggio delle vittime militari americane al segretario alla Difesa Pete Hegseth, il database dell’esercito ha aggiornato i numeri includendo anche gli ultimi quattro soldati uccisi durante l’ultima escalation.

Il bilancio complessivo dell’Operazione Epic Fury sale così a 18 morti e 624 feriti- la settimana scorsa erano solo 482, ma ora a fornire i bilanci c è il nuovo Defense Casualty Analysis System, sistema di analisi delle vittime della Difesa, che ha una nuova categoria di monitoraggio. Tutto finisce sotto la vaga voce: «Operazioni all’estero».

© Riproduzione riservata