La deroga alle sanzioni russe porta la firma di Donald Trump. Ma quella stessa firma compare anche sul provvedimento che avrebbe dovuto imporle: solo un mese fa il presidente aveva approvato il documento che avrebbe punito economicamente Mosca e che non era neppure ancora entrato in vigore.

Il tycoon, con un ordine esecutivo, ha aggirato la normativa da lui stesso voluta che avrebbe imposto dazi fino al 100 per cento sui beni importati negli Usa dagli acquirenti di petrolio greggio o gas russo. Accade nel momento peggiore per Kiev: l’Ucraina sotto le bombe ha fame di Patriot, mentre gli Stati Uniti, all’alba delle midterm, di gasolio e combustibili fossili.

La decisione di non applicare il Lindsey Graham Act – nato per aumentare la pressione sul Cremlino – incoraggia Vladimir Putin a continuare gli attacchi, ha detto Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino e l’omologo americano sono ai ferri corti, ma non sembrano ancora esserlo le delegazioni di negoziatori che potrebbero incontrarsi la settimana prossima. Zelensky però si aspetta che la situazione diventi ancora più perniciosa: «Purtroppo, la revoca delle sanzioni continuerà. Credo che l’accordo sul diesel sia solo il primo passo». Insomma, la Federazione potrebbe avere altri regali. E molto presto, dagli americani.

L’impatto dell’intesa

A Mosca intanto è festa. Il vicepremier Alexander Novak avvia la revoca del divieto sull’export che la Federazione era stata costretta a imporre a causa della carenza interna di carburante. La celebrazione per il ritorno sul mercato energetico esplode esplicitamente nelle parole di Kirill Dmitriev, inviato speciale di Putin a capo del fondo sovrano russo. Si tratta di «un momento importante e davvero storico», di cui però non tutti gioiranno: «I nemici della sicurezza, della cooperazione e della prosperità a livello globale non ne saranno contenti».

L’impatto pratico dell’intesa sul diesel appare limitato, se non nullo (milioni di tonnellate di gasolio russo evaporeranno in pochi giorni alle pompe negli Stati Uniti in crisi); è il significato politico, simbolico dell’accordo ad essere mastodontico: è una crepa che si apre nel muro sanzionatorio, è destinata ad incoraggiare altri partner a tornare a commerciare con Mosca.

La nuova postura di Trump – dettata dalla pressione per l’imminente appuntamento con le elezioni di midterm – legittima una Russia pronta a tornare sulla scena internazionale e sui mercati globali; è una mossa tanto spregiudicata quanto calcolata, le cui conseguenze rischiano di compromettere la credibilità delle misure sanzionatorie europee e di incrinare le alleanze costruite fino a qui.

Intervenendo ai microfoni della Bbc il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si è detto certo che Putin non si fermerà all’Ucraina: «È per questo che l’Europa è preoccupata ed è per questo che noi, come Europa e come Nato, ci stiamo preparando. Sperando che questa follia non accada». Sono preoccupati gli europei (tra cui il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha criticato la scelta di Trump: «Un errore») che promettono nuovi pacchetti di sanzioni: il ventiduesimo, ha detto Ursula von der Leyen, arriverà a breve.

Ma sono preoccupati anche gli americani: questa è la resa di Trump a Putin, chiosano dagli scranni di entrambi gli schieramenti politici a Washington. «Ho presentato al Congresso una certificazione attestante che la concessione di tale deroga, in questo momento, risponde agli interessi nazionali degli Stati Uniti»: lo ha detto Trump nell’annunciare la decisione con cui non concordano i dem, e nemmeno i suoi alleati di partito. Per la senatrice dem Elizabeth Warren è un «fallimento di leadership ignobile e prevedibile»; per il deputato repubblicano Don Bacon, Trump «sta prolungando la guerra, non ponendovi fine». È in corso al Congresso un’iniziativa bipartisan volta ad impedire l’accordo con i russi con un disegno di legge, ma gli interessi trumpiani e quelli putiniani appaiono ormai concatenati in una convergenza di convenienze reciproche che sembrano destinate a rimanere unite nel tempo.

L’Ucraina al buio

Zelensky, entrato nel cono d’odio di Trump da quando si è rifiutato di fermare i raid contro gli impianti petroliferi russi mentre continuavano gli attacchi del Cremlino contro le infrastrutture ucraine, fa i conti con un paese in black out. Senza elettricità sono rimaste a fasi alterne Lutsk, Rivne, Zhytomyr, Vinnytsia, Shepetivka, Slavuta e Netishyn. Ma anche le regioni di Kharkiv, Kiev e Dnipro. Sabato Starlink è tornato a spegnersi: «Si disattiva e perdiamo il drone»; «Le restrizioni si applicano in Ucraina, ma non nei paesi dell’Ue. In altre parole, si tratta di un’operazione pianificata».

Il presidente ucraino ha recepito il messaggio americano e si è di nuovo detto aperto ai negoziati «ovunque e in qualsiasi formato: a tre, a due, a quattro, a cinque o più». È probabile, ha aggiunto, che tra Ucraina, Stati Uniti e Russia potrebbe tenersi a dicembre, al vertice del G20, un trilaterale. Il fuoco anche sabato ha continuato a bagnare l’Ucraina dove presto arriverà il gelo invernale: quello tra Cremlino e Casa Bianca sembra essersi sciolto. Più della pace, hanno fatto gli interessi comuni. La guerra tra russi e ucraini non si ferma, ma quella tra russi e americani sembra già finita.

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