Il presidente degli Stati Uniti si è detto ottimista su un accordo e ha però ancora minacciato le infrastrutture iraniane. Teheran dice di non volersi sedere al tavolo finché ci sarà il blocco navale Usa, mentre lo stretto rimane chiuso
Entro lunedì, o forse entro martedì, si sarà sbloccato (forse) il negoziato per i negoziati. La delegazione americana, guidata dal vicepresidente JD Vance, può tornare a sedersi di nuovo con la controparte iraniana ai tavoli di Islamabad. Che sarebbero ricominciate le trattative in Pakistan lo ha scritto Donald Trump domenica, convinto come sempre di una cosa, ma anche del suo contrario. Adesso, dice, che la pace arriverà: «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive. Accadrà». Tutto, «dovrebbe essere veloce». E se non accetterà, l’Iran salterà in aria: se non sarà raggiunto un accordo, «gli Stati Uniti distruggeranno ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte» nel paese.
Ma la delegazione di Teheran potrebbe non arrivare: non lo farà finché «continua il blocco navale». L’agenzia di stato iraniana scrive che il regime degli ayatollah avrebbe rifiutato un secondo round di colloqui. Secondo Axios, l’Iran teme che i colloqui siano una trappola per ricominciare gli attacchi.
L’intelligence pachistana aveva già comunque lasciato trapelare che un incontro sarebbe avvenuto entro venerdì. A nutrire buone speranze, ad essere «ottimista», anche sul prolungamento del cessate il fuoco che rischia di scadere tra pochi giorni il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan. Grato invece al papa che ha detto di non essere interessato a entrare in dibattito con Trump, dopo giorni di attacchi da parte dell’amministrazione contro Leone XIV per i suoi messaggi sulla pace, «mentre la narrativa dei media alimenta costantemente i conflitti» si dice il vicepresidente americano, Vance.
Mancanza di fiducia
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Ghalibaf ha confermato ai media nazionali che «ci sono stati progressi nei negoziati con gli Stati Uniti, ma ci sono ancora grandi lacune»: si concorda su alcune questioni, ma non su altre, che trovano reciprocamente non negoziabili, «sono state sollevate varie proposte. Siamo ancora lontani da una discussione definitiva. Insistiamo». E sono proprio quei punti senza soluzione che hanno fatto collassare, in precedenza, nelle stesse stanze pachistane, quei negoziati. La mancanza di fiducia non è stata scavallata, ma c'è una maggiore dose di coerenza e avvicinamento: «I negoziati non hanno eliminato la nostra diffidenza verso gli Stati Uniti, ma penso che la comprensione reciproca tra le due parti sia diventata più realistica» ha aggiunto Ghalibaf.
È stato invece il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ad attaccare l’omologo americano ricordando le sue parole minacciose sulla distruzione della civiltà persiana e sul suo ritorno all'età della pietra dopo un attacco americano: «Trump non ha il diritto di negare i diritti a un popolo o di affermare che l’Iran non può beneficiare dei suoi diritti nucleari».
Lo stretto fermo
Fiducia o no, saranno le mosse più o meno letali di entrambe le parti a tentare di sbloccare una crisi sempre più profonda, avvitata anche attorno alla percepita inaffidabilità della controparte americana: persino quando gli iraniani avevano deciso di riaprire Hormuz, gli Usa non hanno abbandonato le postazioni e non hanno revocato il blocco dello Stretto.
Le parole ricominceranno a scorrere tra i due nemici di guerra, ma ciò che è rimasto fermo, immobilizzato, è il traffico lungo lo Stretto dopo le pallottole dei pasdaran volate sabato contro le navi commerciali che provavano ad attraversalo. Le imbarcazioni – si evince dalle analisi dei flussi marittimi – ora si stanno spostando nell’area, fanno rotta verso il Golfo Persico e quello dell’Oman. Come due giorni fa, solo due navi da crociera sono riuscite ad attraversare le stretto.
Intanto, domenica è arrivato un nuovo attacco contro l’Unione europea. Questa volta non di Trump, ma del portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, che si è scagliato contro l’Alta rappresentante, Kaja Kallas, tornata a richiedere il rispetto del diritto internazionale e il transito libero e gratuito: «Basta con questa retorica. La cronica incapacità dell’Europa di far rispettare le norme del diritto internazionale ha trasformato la sua retorica sul “diritto internazionale” in una palese dimostrazione di ipocrisia». E l’ipocrisia, per il funzionario sciita, sta nel sopportare «l’aggressione israelo-americana contro l’Iran e di ignorare i crimini commessi contro l’Iran».
Mentre parlano le delegazioni, gli eserciti non stanno fermi: il comandante delle forze aerospaziali delle Guardie Rivoluzionarie Majid Mousavi non ha taciuto che la produzione di missili e droni procede più rapida rispetto a prima – proprio adesso, nel momento di tregua: «Durante il cessate il fuoco, la nostra velocità di aggiornamento e rifornimento delle piattaforme di lancio di missili e droni è maggiore rispetto a prima della guerra. Il nemico non è in grado di adottare tali misure ed è costretto a far arrivare munizioni goccia a goccia dall'altra parte del mondo». Mentre Mousavi festeggia forse troppo presto («Hanno perso anche questa fase della guerra. Hanno perso lo Stretto, il Libano e la regione»), un rapporto degli 007 americani riportato dal New York Times informa che Teheran può ancora attingere al 70 per cento delle sue scorte di balistici negli arsenali e circa il 60 per cento dei lanciatori di missili, oltre che al 40 per cento dei droni.
Il fronte libanese
Ma non c’è solo l’Iran. L’altro fronte, quello del Libano continua ad andare a fuoco nonostante la tregua. Le forze armate israeliane non si ritirano dal sud del paese durante il cessate il fuoco: è il quotidiano Haaretz a denunciare che la «bonifica dell’area», ovvero la distruzione di case e scuole, palazzi ed edifici civili, continua. Tel Aviv conferma che il sergente francese che ha perso la vita due giorni fa è stato ucciso dai miliziani sciiti: una cellula terroristica di Hezbollah, riferisce l'Idf, ha aperto il fuoco contro le forze Unifil mentre queste tentavano di bonificare la zona di Al-Ghandouriyah, nel sud del Libano.
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