Il presidente ferma i raid sui siti energetici, sarebbe pronta una bozza di 15 punti. «Ora a Teheran governano persone ragionevoli». Ma gli ayatollah smentiscono
È caduta la maschera del presidente Donald Trump. «Abbiamo distrutto il regime iraniano, non ci minaccia più», ha detto lunedì 23 in serata a Memphis confermando le mediazioni in corso con Teheran. Obiettivo raggiunto grida il presidente Usa. Un obiettivo diverso dal regime change tanto annunciato il 28 febbraio quando ha lanciato l’operazione militare Epic Fury. Nessun establishment è stato rovesciato, checchè ne dica Trump: «Si è verificato un cambio di regime molto serio», ha detto. Tutti i leader sono stati «eliminati». «Abbiamo a che fare con persone che mi sembrano molto ragionevoli e affidabili. Sono molto rispettati e forse uno di loro si rivelerà essere esattamente ciò che cerchiamo», ha aggiunto.
L’uomo identificato come interlocutore sarebbe il presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf, uno dei pochi esponenti politici del regime ancora vivo.
Ma su X il diretto interessato ha smentito la notizia. «Il nostro popolo esige una punizione completa e severa per gli aggressori. Tutti i funzionari sostengono fermamente il loro leader e il loro popolo fino al raggiungimento di questo obiettivo. Non si sono tenuti negoziati con gli Stati Uniti. Notizie false vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha detto senza mezzi termini. Ma diversi portali internazionali danno la notizia per certa. Così come il premier britannico Keir Starmer, che da Downing Street ha detto alla stampa di essere a conoscenza dei colloqui in corso. In un secondo momento il presidente americano ha smorzato l’entusiasmo iniziale: «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla». Dunque?
Molte incognite
Secondo Axios si lavora per un incontro a Islamabad a cui probabilmente non parteciperanno solo i due emissari preferiti di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, ma anche il vicepresidente JD Vance. Oltre a Ghalibaf, un ruolo importante potrebbe essere ricoperto dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, già al centro delle ultime trattative sul nucleare. Ci sarebbe già una prima data da segnare sul calendario, quella del 9 aprile, giorno secondo cui i funzionari statunitensi hanno fatto sapere agli alleati israeliani che finirà la guerra.
Ora con gli ayatollah potrebbero quindi iniziare le trattative, per buona pace dei giovani scesi in piazza negli ultimi mesi e che hanno pagato a caro prezzo la propria manifestazione di dissenso. Ma da Teheran per il momento non si sbilancia nessuno. Anzi.
Quel che è certo è che l’apertura di Washington avviene in un momento cruciale della guerra. A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum arrivato dalla Casa Bianca che minacciava di attaccare le infrastrutture energetiche iraniane se i Pasdaran non avessero riaperto il traffico nello Stretto di Hormuz. Sono già quaranta gli impianti energetici danneggiati in nove paesi della regione. Continuare a questi ritmi avrebbe ripercussioni nei confronti della popolazione civile per un lungo periodo.
Per ora, quindi, l’attacco è stato rinviato per cinque giorni in attesa di capire se la diplomazia riesca ad arrivare a un accordo tra i due paesi. Tre paesi mediatori starebbero già lavorando a una bozza che comprende 15 punti. Uno di questi riguarderebbe la rinuncia al nucleare da parte di Teheran. Nel documento ci sarà un punto dedicato anche allo Stretto di Hormuz che potrebbe essere controllato in maniera congiunta sia da Iran che Stati Uniti.
Resta da capire comunque la posizione di Israele. «Sarà molto contenta», ha assicurato Trump. «L’accordo salvaguarderà i nostri interessi», ha detto in serata il premier Benjamin Netanyahu. Tuttavia ha anche confermato che gli attacchi continueranno sia in Iran che in Libano «per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah». E per rendere il clima ancora più teso, in giornata l’Idf ha anche attaccato uno dei quartier generale dei Pasdaran a Teheran.
La spinta del Golfo
È chiaro che qualcosa si sta muovendo, anche su spinta dei paesi del Golfo impauriti da possibili attacchi iraniani contro i loro impianti di desalinizzazione e le loro infrastrutture energetiche. Per il momento una grande spinta è arrivata da paesi che non sono coinvolti nel conflitto, come confermato in serata ad Al Jazeera da un alto funzionario iraniano. Uno dei mediatori è il Pakistan, che potrebbe ospitare nei prossimi giorni i negoziati. Il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian ai quali ha garantito il suo sostegno. Il Pakistan è il paese con la popolazione sciita più numerosa al mondo dopo l’Iran, non ospita base statunitensi ma rimane anche un alleato fedele di Washington.
Gli altri grandi mediatori sono Egitto e Turchia: il paese guidato dal generale Abdel Fattah al-Sisi è molto vicino agli Stati Uniti e prima del conflitto aveva anche rafforzato i suoi legami diplomatici con Teheran, senza contare che gode di profonde relazioni anche con la Russia. E dal Cremlino arrivano spinte per aiutare gli ayatollah a uscire dall’accerchiamento. Anche Ankara è pronta ad aiutare. Il presidente Recep Tayyip Erdogan, rimane ancora il «tough guy» che piace a Trump.
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