A Islamabad il primo confronto diretto tra americani e iraniani dal 1979. Al via «discussioni dettagliate e tecniche». Voci sullo scongelamento degli asset iraniani da parte di Washington. Teheran: «Non rinunceremo ai nostri diritti». Macron chiama il presidente iraniano: «Cogli quest’opportunità». La Marina americana: «Due delle nostre navi hanno attraversato lo Stretto, iniziato lo sminamento»
Il momento atteso dal 1979, alla fine, è arrivato. Da quando è stata fondata la Repubblica Islamica non era mai accaduto, ma è successo sabato 11 aprile: Stati Uniti e Iran si sono seduti allo stesso tavolo negoziale, nel confronto più importante della storia delle loro relazioni bilaterali (l'unico precedente risale al 2015, quando le parti hanno saputo raggiungere un accordo sul nucleare iraniano – poi annullato da Donald Trump).
L'ha saputo imbastire, con pazienza e costanza, Islamabad. Faccia a faccia, in Pakistan, c'erano, a parlare per Washington, il vicepresidente statunitense JD Vance, l'inviato Usa per il Medio Oriente Steve Witkoff, il cognato del presidente Trump Jared Kushner. Per Teheran il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il severo negoziatore di lungo corso Ali Bagheri Kani.
Contraddizioni
Tra loro, a mediare tra fuochi accesi, a fare da cerniera e contrappeso tra pretese e aperture, richieste che continuamente si dilatano e ridimensionano, i pakistani Mohsin Naqvi, ministro dell'Interno, e Ishaq Dar, ministro degli Esteri. Il dialogo tra nemici è nato dall'esito di un incontro preliminare avvenuto tra la delegazione iraniana e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.
È a lui che Teheran ha esposto le sue linee rosse: richiedono il rilascio dei beni iraniani bloccati, lo Stretto di Hormuz, il pagamento delle riparazioni per i danni causati dalla guerra, un cessate il fuoco «duraturo e concreto» in tutta la regione.
Mentre da Tel Aviv Benjamin Netanyahu continua a tuonare («la campagna non è finita, ma abbiamo già ottenuto risultati storici»), l'enorme distanza da colmare tra iraniani e americani è parsa diminuire con l'inizio stesso di un dialogo dall’esito tutt’ora imprevedibile.
Prima di questi colloqui, parlavano solo in stanze separate, tramite mediatore. Non c'è ancora nessun yes americano definitivo alle proposte sciite, nessun sì allo sblocco dei beni congelati, nonostante la notizia fosse circolata; la Casa Bianca ha smentito, ma secondo altre fonti in realtà Washington potrebbe essere pronta a compiere questo passo come segno di buona volontà, nel tentativo di raggiungere un accordo per far tornare la navigazione nello Stretto, vero punto chiave del confronto (e forse il nodo ancora irrisolto, forse lo stallo: tra le fila iraniane si parlerebbe di «forte disaccordo» ). Dopo il trilaterale, il passaggio al bilaterale: lo dice l'agenzia statale iraniana Tasnim, che le trattative «si sono spostate su discussioni dettagliate e tecniche su una serie di questioni».
Ci sono incognite e contraddizioni, caos incastrati in altri caos, ma forse destinati ad essere disciplinati. Nessuna fine della guerra è certa: la vera conquista, finora, è che le parti continuano il confronto, ed è una prima, fragile vittoria. E poi c’è il segnale che arriva dallo Stretto di Hormuz: due navi della Marina statunitense ieri hanno attraversato lo Stretto per la prima volta dall'inizio della guerra, senza coordinarsi con Teheran. Questa notizia, diffusa in un primo momento da Axios, in un primo momento è stata smentita dalla tv iraniana. A darle però successivamente un sigillo di definitiva credibilità è stato il Centcom, il comando militare centrale Usa: secondo cui lo «sminamento» delle rotte è davvero cominciato. Forse non solo in mare, ma anche sul terreno, ancora più tempestoso, dei negoziati.
A Islamabad, intanto, l'Iran si è seduto al tavolo disposto ad ascoltare le opzioni, ma sempre con il dito sul grilletto: «Non rinunceremo ai nostri diritti», ha detto durante le ore più bollenti dei colloqui il portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, «Non ci fidiamo dell'altra parte e pertanto la delegazione iraniana affronterà i negoziati con la massima cautela». Gli sciiti sono pronti a tutto, «a qualsiasi scenario successivo ai colloqui in corso con gli Stati Uniti, sia quello militare e difensivo sia quello dei negoziati», ha assicurato, rafforzando il doppio registro di diplomazia e deterrenza, il viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi.
Chiamata dall’Eliseo
Nelle lunghe ore dei negoziati, Macron chiamava l'omologo iraniano Pezeshkian, invitandolo a «cogliere l'opportunità rappresentata dalle discussioni avviate a Islamabad per aprire la strada a una de-escalation duratura».
L'Eliseo fa pressione per un accordo «che porti garanzie solide per la sicurezza nella regione», può cooperare sia con le autorità iraniane che quelle libanesi, «che sono le uniche legittime a esercitare la sovranità dello Stato e a decidere del destino del Libano». Gli iraniani avevano chiesto come precondizione dei colloqui il cessate il fuoco non solo per la loro Repubblica, ma anche in Libano, eppure Tel Aviv anche ieri non ha dato tregua ad Hezbollah (l'Idf ha reso noto di aver colpito più di 200 obiettivi).
Ma non si colpirà il Paese dei Cedri più fino al prossimo 14 aprile: sono gli Usa a fornire ora garanzie che non ci saranno attacchi fino a martedì prossimo, quando cominceranno i colloqui.
Mentre la sua squadra tentava di creare le condizioni per far posare definitivamente la polvere dopo le esplosioni per la campagna da lui avviata il 28 febbraio scorso, Trump sputava insulti sui social: non esiste più una forza iraniana, stanno perdendo «alla grande», «la Marina non esiste più, l' Aviazione è stata spazzata via», sono stati annientati radar, fabbriche di missili e «i loro “leader” di lunga data non sono più tra noi: lode ad Allah!».
Tra provocazioni di rito e blasfemia, il presidente ha anche annunciato che cominciano le operazioni di bonifica nello Stretto «come favore ai paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri», perché loro, «incredibilmente, loro non hanno il coraggio né la volontà di svolgere questo compito autonomamente».
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