Secondo i sondaggi gli israeliani sembrano dubitare che la guerra possa portare a un cambio di regime in Iran: il 36% dichiara di non credere nella caduta del potere degli ayatollah contro il 28% che prevede che collasserà. Un altro 36% afferma di non sapere. In tutto ciò il 62% degli interpellati approva come Netanyahu sta gestendo il conflitto
Dopo il giro di boa delle due settimane di guerra, il cosiddetto “volo di salvataggio” israeliano in partenza da Roma Fiumicino per Tel Aviv ha solo 17 passeggeri: le centinaia di posti rimasti vuoti sono un segno che in molti sono già rientrati, ma testimoniano anche la realtà di tanti israeliani che preferiscono non essere “salvati” e rimanere lontani dagli allarmi anti-bombe fino alla fine della guerra.
Numerosi sono anche gli aerei della compagnia di bandiera El-Al (oltre che del Qatar) ben visibili al momento dell’imbarco nel terminal della nostra capitale – come in tanti altri snodi europei – parcheggiati lontano dai pericoli del conflitto. Tutt’altro spettacolo è l’aeroporto Ben Gurion all’arrivo a Tel Aviv. Non ci sono aerei civili, mentre si contano a decine gli aerei da guerra statunitensi.
Ci sono caccia ma soprattutto aerei per il rifornimento in volo KC135, con la dicitura “U.S. Air Force” vicino alla cabina di pilotaggio e la bandiera a stelle e strisce sulla coda (quelli targati Alaska hanno l’immagine di un orso polare bianco). I passeggeri israeliani appena atterrati da Roma si scambiano sguardi stupiti: sanno bene a cosa vanno incontro, ma non hanno mai visto il principale terminal civile del loro paese trasformato in una base militare straniera. La bufera di sabbia che in questi giorni ha avvolto la regione contribuisce a creare un’atmosfera distopica.
Avner e Yardena
«Sono rientrato solo perché ho una stanza sicura in casa», racconta Avner Paz, un israeliano di mezza età originario dell’India. «Altrimenti, per le persone in sedia a rotelle come me, è impensabile correre avanti e indietro dai rifugi anti-bombe», spiega. Paz e sua moglie Yardena vengono da Lod, una cittadina proletaria mista di ebrei e arabi che si trova proprio vicina allo scalo aereo.
Per rientrare da Delhi avevano scelto un “Air India” che, dopo gli accordi di Abramo del 2020, è autorizzato a sorvolare lo spazio aereo saudita (a differenza dell’El Al), tagliando significativamente il tempo di percorrenza. Quando è stato cancellato a causa dell’attacco israelo-americano sull’Iran del 28 febbraio, hanno ripiegato per un volo per Dubai. Poi sono arrivati a Roma e, a caro prezzo, sono saliti sul “volo di salvataggio” israeliano.
Yardena, 56 anni, lavora a Holon fuori Tel Aviv per un’azienda di elettronica israeliana, ed è una tipica sostenitrice di Netanyahu. «Anche questa volta vinceremo – dice – vinciamo sempre». Non segue la politica o il conflitto con attenzione ma non ha dubbi che Bibi sia il migliore. «Li ha fatti fuori tutti», dice alludendo ai capi di Hamas, Hezbollah e della Repubblica islamica eliminati con operazioni mirate nel corso del conflitto. «Lo rivoterò anche perché è l’unico in grado di tutelare gli interessi israeliani presso gli Stati Uniti».
Gli israeliani approvano la guerra
Rilevazioni del quotidiano Maariv hanno reso noto che la fiducia dell'opinione pubblica nel modo in cui il primo ministro Netanyahu sta gestendo l'operazione “Leone che ruggisce” è ulteriormente aumentata questa settimana, passando da un solido 60 al 62 per cento. Gli israeliani sembrano però dubitare che la guerra possa portare a un cambio di regime in Iran. Secondo il sondaggio, il 36% ha dichiarato di non credere nella caduta del “mishtar”, il regime, contro il 28% che crede collasserà; un altro 36% ha dichiarato di non sapere.
Dopo i primi giorni di guerra uno studio dell’Israel Democracy Institute aveva confermato che la stragrande maggioranza del pubblico israeliano sostiene l’operazione. Nella componente ebraica il sostegno è del 93% (a sinistra dello spettro politico 76%, al centro 93%, a destra 97%), mentre il dato scende all’82% per la popolazione nel suo complesso. È evidente invece che la minoranza araba non condivide la visione dell’Iran come massima minaccia esistenziale al paese: solo una piccola minoranza del 26% appoggia l’operazione.
Gli altri passeggeri
Sul volo da Roma viaggiava anche Mohammed, 23 anni, che studia medicina a Messina ma è originario di Umm Al-Fahm, una città arabo-israeliana che sorge sulla linea verde nel nord del paese. In vista delle vacanze pasquali, malgrado il conflitto, è voluto tornare a casa, a costo di passare la notte a Fiumicino dopo essere arrivato da Messina. Per lui questa guerra «è inutile». Tanta gente «perde la vita senza motivo», dice, «spero che finisca».
Un altro passeggero, un israeliano sulla quarantina che di mestiere fa il legale della Banca di Israele, rientrava dopo aver dovuto allungare la sua permanenza a Tokyo. Non era entusiasta della guerra ma comunque favorevole perché «l’Iran ha sempre causato tutti i nostri problemi», ha detto, chiedendo di non pubblicare il proprio nome. Dal suo punto di osservazione privilegiato, ha sottolineato come l’economia israeliana abbia tenuto molto bene durante il conflitto prolungato. In certi settori, come quello della difesa, ne ha addirittura tratto vantaggio, come testimoniato fra l’altro dall’andamento positivo della borsa di Tel Aviv dopo l’inizio dell’attacco all’Iran.
Dal punto di vista politico, invece, il funzionario della Banca di Israele rimarca come il rimbalzo nei sondaggi in cui il governo sperava in vista delle elezioni di quest’anno non sia stato quello sperato.
Sempre Maariv, infatti, ha rilevato che, dopo un iniziale incremento dei consensi all’inizio della campagna, la coalizione di governo è tornata ad avere 50 seggi alla Knesset nelle proiezioni (ne servono 61 per mettere insieme una maggioranza). L'opposizione ha guadagnato un seggio, arrivando a 60, comunque insufficienti. Sulla discesa che porta verso il controllo passaporti viene il momento dei saluti. Per anni questa passerella è stata decorata con i volti degli ostaggi a Gaza. Ora, oltre la vetrata, si vede solo un grande aereo militare americano con sulla coda la scritta “Alabama”.
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