Da settimane in Italia il numero di somministrazioni di vaccini anti Covid-19 è in calo, Mentre diminuisce soprattutto il numero di prime dosi, anche l’effetto green pass sembra essere stato piuttosto ridotto.

Di positivo c’è che la percentuale di italiani vaccinati è tra le più alte al mondo, ma rischia di non essere comunque sufficiente a proteggere il sistema sanitario da un sovraccarico se l’epidemia dovesse tornare a crescere.

Il rischio potrebbe essere quello di trovarsi in una situazione simile a quella del Regno Unito, un paese non troppo distante dall’Italia per quantità di vaccini somministrati, ma con un sistema sanitario in affanno a causa dei circa 40mila nuovi casi al giorno.

I dati

Il calo delle vaccinazioni dura ormai da tempo. Il mese migliore per numero di somministrazioni è stato luglio, quando sono state superate le 500mila dosi giornaliere. In quelle settimane, le vaccinazioni erano state aperte sostanzialmente a tutte le categorie e tra open day, medici di famiglia e normali prenotazioni era facile per chiunque vaccinarsi. L’unico limite era costituito dalla disponibilità di dosi e dalla logistica delle somministrazioni.

Ad agosto, la combinazione di esaurimento di dosi, vacanze del personale medico e ferie del resto degli italiani ha prodotto un forte rallentamento, con la media giornaliera scesa in alcune settimane a meno di 200mila dosi. A settembre, il trend è tornato a salire, ma senza mai raggiungere i livelli toccati a luglio.

Nel frattempo, mentre le seconde dosi destinate a tutte le persone che si erano vaccinate per la prima volta in estate sono rimaste relativamente alte, le prime dosi, da un certo punto di vista le più importanti, hanno visto un calo verticale.

Alla metà di settembre, oltre 70mila italiani non vaccinati al giorno ricevevano quotidianamente la prima dose. Oggi siamo scesi a poco più 20mila e non si vedono segni di una possibile inversione di tendenza.

Il risultato è che oggi oltre 46 milioni di italiani hanno ricevuto almeno una dose di vaccino, cioè l’86 per cento della popolazione vaccinabile, che comprende tutti i maggiori di 12 anni. Milioni di italiani però sono ancora senza prima dose e tra loro ci sono ben 1,8 milioni di over 60 e 1,6 milioni nella fascia d’età 50-59.

Il confronto internazionale

La diminuzione nelle somministrazioni è un fatto inevitabile mano a mano che viene vaccinata la popolazione più disponibile e più facile da raggiungere per le strutture mediche.

Il dato positivo è che questo rallentamento in Italia è arrivato quando la percentuale dei vaccinati ha ormai raggiunto uno dei livelli più alti al mondo. Secondo il sito Our world in data, tra i grandi paesi paesi europei soltanto la Spagna ha una percentuale di vaccinati sulla popolazione totale (quindi tenendo conto anche dei minori di 12 anni) superiore all’Italia: 79 per cento contro 71 per cento.

Se allarghiamo lo sguardo al resto del mondo, l’unico altro paese di dimensioni comparabili che ci supera è il Canada, con quasi il 74 per cento di vaccinati. Giappone e Corea del Sud sono sostanzialmente al nostro livello, mentre Germania, Francia, Regno Unito, Israele e Stati Uniti sono tutti più indietro.

Quanti italiani vogliono vaccinarsi?

Nessuno ha un’idea chiara di quanto sia il numero massimo di persone che in ciascun paese accetterà di farsi vaccinare. È probabilmente molto variabile e dipende dall’efficacia del locali sistemi sanitari e dagli incentivi a vaccinarsi, come la presenza di vari tipi di obblighi o l’emergere di una nuova ondata.

Questo dato probabilmente dipende almeno in parte anche dall’esitazione vaccinale, cioè dalla sfiducia nei vaccini presente nelle varie popolazioni. Negli ultimi mesi sono stati fatti numerosi sondaggi internazionali per misurare questo fattore. Da queste ricerche, l’Italia emerge quasi sempre come uno dei paesi più pro vaccini d’Europa.

Secondo la società di analisi Morning Consult, che conduce settimanalmente sondaggi sui vaccini in 15 paesi diversi, gli unici paesi più entusiasti dell’Italia sono Cina, Spagna e Canada. Con l’88 per cento di persone che dichiarano di essere vaccinate o disposte a vaccinarsi, il nostro paese è allo stesso livello del Regno Unito e sopra Francia, Germania e Corea del Sud.

Risultati simili emergono anche dai sondaggi realizzati da Eurofound, un progetto della Commissione europea, che ha interpellato i cittadini europei tra febbraio e marzo. All’epoca, con quasi il 79 per cento degli intervistati che dichiarava di essere pronto a farsi vaccinare, il nostro paese era dietro o a pari merito con Spagna, Portogallo, Irlanda, Danimarca, Svezia e Finlandia e davanti a tutti gli altri 20 stati membri.

Effetto green pass

Il governo e il commissario all’emergenza Covid-19 Francesco Figliuolo sono da tempo preoccupati per l’esitazione vaccinale e insieme alle varie istituzioni hanno rivolto frequenti appelli alla popolazione.

Hanno anche adottato misure di incentivo più concrete. L’introduzione del green pass e l'estensione del suo obbligo dai locali al chiuso ai luoghi di lavoro è il principale tra questi strumenti. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha spesso sottolineato come sia stata proprio l’introduzione del green pass a produrre un’accelerazione nelle vaccinazioni.

I dati però sembrano raccontare un’altra storia. Secondo un’analisi del sito di factchecking Pagella Politica, l’effetto green pass sulle vaccinazioni è stato di entità molto ridotta e non chiaramente imputabile all’estensione del suo obbligo ai luoghi di lavoro:


In primo luogo, secondo Draghi, tra il 16 settembre – data dell’annuncio dell’obbligo – al 13 ottobre ci sarebbero state circa 560 mila prime dosi in più rispetto a quanto previsto. Ma non è per nulla chiaro come sia stato calcolato questo dato, che non sembra avere riscontro nei dati disponibili. I numeri sulle somministrazioni di prime dosi sono via via calate da metà settembre a inizio ottobre, per poi registrare un leggero aumento a ridosso del 15 ottobre. Non è però possibile quanto di questa crescita, molto ridotta, sia del tutto imputabile all’obbligo.

Le conseguenze

Le prossime settimane saranno un periodo chiave per sapere come proseguirà la pandemia nel breve e medio periodo. Ancora non sappiamo quali risultati produce il mix prodotto da una percentuale di popolazione vaccinata tra il 70 e l’80 per cento, la presenza di una nuova variante più contagiosa, la famigerata Delta, e l’arrivo della stagione fredda.

Di sicuro decessi e ospedalizzazioni saranno molto inferiori rispetto a una situazione senza vaccini, ma se il numero di ospedalizzazioni sarà comunque così elevato da mettere in difficoltà i nostri sistemi sanitari rimane da vedere.

Qualche indizio su quello che ci troveremo davanti possiamo individuarlo guardando alla situazione del Regno Unito in questi giorni. Con circa il 67 per cento della popolazione vaccinata, i britannici sono solo poco più indietro degli italiani. Ugualmente, i nuovi casi di Covid-19 hanno raggiunto quota 40mila al giorno, lo stesso livello toccato al picco dell’ondata precedente, in primavera.

Decessi e ricoveri restano molto bassi se paragonati al passato, ma sono comunque abbastanza da mettere in difficoltà il sistema sanitario. Il numero di medici ed esperti che chiede di introdurre nuovamente qualche misura di contenimento (nel paese non ci sono più restrizioni di alcun tipo) è in aumento, ma per il momento fonti del governo assicurano alla stampa che non saranno effettuati nuovi interventi e che l’unica soluzione all’attuale crisi è un aumento delle vaccinazioni.

L’Italia rischia una situazione simile? Difficile da dire. I casi sono tornati ad aumentare leggermente, ma restano poche migliaia al giorno. Numerose restrizioni, come l’obbligo di indossare la mascherina in spazi chiusi, restano in vigore. Il caso del Regno Unito però ci insegna che avere oltre due terzi della popolazione vaccinata non è da solo una garanzia di aver sconfitto per sempre il Covid-19.

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