La vicenda che ha terremotato il mondo degli arbitri di calcio italiani si arricchisce di un nuovo tassello. Il Collegio di garanzia dello sport del Coni si è infatti pronunciato oggi, martedì 28 aprile 2026, sul ricorso presentato da Antonio Zappi, ex presidente dell’Associazione italiana arbitri (Aia), squalificato lo scorso 12 gennaio per 13 mesi dal Tribunale federale nazionale, sentenza poi confermata dalla Corte d’appello un mese dopo. Nel terzo e ultimo grado di giudizio, il Collegio di garanzia ha confermato la condanna: respinto il ricorso di Zappi contro i 13 mesi di squalifica.

L’ormai ex presidente dei fischietti italiani, in carica dal dicembre 2024, è accusato di aver esercitato la scorsa estate pressioni indebite per ottenere le dimissioni dei designatori di Serie C e D, Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, con l’obiettivo di influenzare le nomine interne e portare l’incarico a Daniele Orsato e Stefano Braschi. 

Con la conferma della squalifica, Zappi decade dal ruolo di presidente dell’Aia. Ora bisognerà capire cosa succederà, le strade sono due: il commissariamento dell’Associazione degli arbitri da parte della Figc, che unito all’inchiesta di Milano sulle posizioni del designatore Gianluca Rocchi e del suo vice Andrea Gervasoni rappresenterebbe la tempesta perfetta per il calcio italiano, oppure nuove elezioni.

In apertura di seduta, il Collegio ha respinto una richiesta di rinvio da parte del legale del presidente Aia, che aveva sottolineato la possibile connessione di questa indagine con quella della procura di Milano che vede indagati, tra gli altri, Rocchi e Gervasoni. L'avvocato Figc, Giancarlo Viglione, nella sua replica ha sottolineato che «non esiste una connessione diretta» tra i due procedimenti e ha sottolineato come «la Figc non può restare in questo stato di incertezza. Abbiamo bisogno di sapere se Zappi può tornare a fare il presidente e abbiamo necessità di chiarezza».

Prima del verdetto, Zappi si era detto «fiducioso nella giustizia», ha parlato di «grande speranza» e ha aggiunto che «chi è accusato di atti che ritiene di non aver compiuto ha speranza di incontrare un giudice che lo riconosca».

Sull’inchiesta che in questi giorni ha coinvolto Rocchi e Gervasoni, ha detto di aver mandato loro un messaggio di solidarietà: «Sono inibito ma c'è un aspetto umano. C'è una vicenda penale che mi auguro sia risolta in fretta e possa essere chiarita. A volte c'è la volontà di descrivere il mondo arbitrale come dilaniato a uso e consumo di interessi estranei al mondo sportivo».

La vicenda e le accuse

Al numero uno degli arbitri venne contestata la violazione dell’articolo 4 del Codice di Giustizia sportiva – che regola lealtà, correttezza e probità dei tesserati – e alcuni articoli del Regolamento Aia e del Codice etico della stessa associazione.

Secondo le pronunce dei giudici, che trovano fondamento su alcune mail e chat Whatsapp (dalle quali emerge il tentativo di far apparire le dimissioni di Ciampi e Pizzi come condivise, seppur nella consapevolezza di averle in realtà forzate e con l’intento di mascherare dunque quanto accaduto) e su verbali del Consiglio nazionale dell’Aia (che sarebbero stati modificati in un secondo momento), le dimissioni sarebbero state richieste senza un progetto tecnico condiviso, alla vigilia della riunione per le nomine (il giorno prima), senza motivazioni valide e accompagnate da rassicurazioni sull’assenza di conseguenze economiche per i dimissionari: elementi che, secondo i giudici che si sono espressi nei primi gradi di giudizio, dimostrano come la scelta non sia stata realmente volontaria.

«La circostanza che la richiesta di dimissioni proveniente dal presidente dell’Aia determini nel destinatario una rappresentazione di sfiducia trova conferma nelle dichiarazioni rilasciate alla Procura Federale dai presidenti dei Comitati regionali arbitri di Toscana e Sardegna, anch’essi destinatari di una richiesta di dimissioni dal presidente Zappi il giorno 3 luglio», si legge ancora nelle motivazioni della sentenza di primo grado.

Cosa succede adesso

Secondo quanto previsto dalle norme federali, una squalifica superiore ai 12 mesi impedisce di ricoprire cariche all’interno dell’ordinamento sportivo, aprendo quindi scenari rilevanti sul futuro della guida dell’associazione. Ed essendo arrivati al terzo grado di giudizio, la sentenza di oggi comporta ovviamente la decadenza automatica di Zappi dalla carica di presidente dell’Aia.

Uno scenario paventato in questi giorni è il commissariamento da parte della Figc, con la nomina di un commissario straordinario con pieni poteri temporanei fino al ripristino della normalità istituzionale. Ma per arrivare a questo punto servirebbe un consiglio federale che al momento non è convocato. C’è anche la possibilità, però, che si scongiuri il commissariamento attraverso l’elezione di un nuovo presidente e dei relativi organi. Le elezioni sarebbero da indire entro massimo 90 giorni dalla dichiarazione di decadenza del comitato nazionale dell'Associazione e si dovranno tenere entro i 45 successivi. 

Il bivio dunque è tra gestione straordinaria (commissario) e gestione ordinaria. Un’ultima ipotesi è che, dopo la perdita del diritto di voto in Consiglio federale in seguito alla recente riforma statutaria (in precedenza l’Aia aveva un peso nella nomina del nuovo presidente della Federcalcio), l’associazione possa subire un ulteriore ridimensionamento delle proprie competenze, anche attraverso la costituzione di una società dedicata alla gestione del comparto arbitrale. Una prospettiva che, da sempre, vede l’Aia contraria per paura di perdere la propria indipendenza.

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