La conferma ai vertici del club per un altro mandato, fino al 2031, rappresenta la ratifica definitiva del nuovo corso economico del club spagnolo; con il nuovo Camp Nou da completare e la strategia di cessione dei diritti per far cassa. Tuttavia, i blaugrana sembrano aver perso il loro elemento chiave: l’anima catalana
Gli azionariati popolari de La Liga sono quattro: di questi, due muovono la gran parte dei soldi del sistema calcio spagnolo. Sembrerebbe un paradosso se si guarda alla rosa, al fatturato, al valore finanziario e amministrativo dei club, ma oltre ad Athletic Bilbao e Osasuna, Real Madrid e Barcellona hanno mantenuto il meccanismo dei soci che votano ogni cinque anni il loro presidente.
Una settimana fa si sono svolte quelle del Barça che hanno visto la riconferma dell’attuale presidente, Joan Laporta, con il 68.5 per cento dei voti contro il 29.5 per cento ottenuto dal suo avversario Víctor Font.
Il ruolo ombra dell’ex cognato
Un dato interessante, però, riguarda l’affluenza, attestatasi al 42,34 per cento, il dato più basso dal 1997, segno di un esito che molti soci consideravano già scritto. Eppure la campagna non è stata proprio una passeggiata per Laporta.
L’ex allenatore e leggenda blaugrana Xavi ha rilasciato un’intervista al quotidiano catalano La Vanguardia sparando a zero sulla dirigenza, sostenendo che quello che prende le decisioni è l’ex cognato di Laporta, Alejandro Echevarría, uno che si sarebbe opposto a un ritorno di Messi nel 2023 e avrebbe poco gentilmente accompagnato alla porta lo stesso Xavi dopo aver cercato a lungo di dissuaderlo dall’idea di lasciare la squadra, nel giugno del 2024. Il tutto, senza un titolo formale.
Il sistema di governance del club resta oggetto di riflessione. I dirigenti non percepiscono compensi e hanno un ruolo limitato nella gestione quotidiana, mentre i soci ormai servono quasi solo a votare.
Nel frattempo, il peso economico della società si è progressivamente spostato verso sponsor, diritti televisivi e accordi commerciali, riducendo l’incidenza diretta dei tifosi. Per cercare di rientrare dai due miliardi di euro di debiti contratti nella scellerata gestione Rosell e Bartomeu, figli politici ma rinnegati dello stesso Laporta, il numero uno del Barça ha scelto di ipotecare il futuro pur di fare mercato e rimanere competitivo. Ha venduto tutti i palchi del nuovo Camp Nou, inaugurato dopo una serie infinita di ritardi a novembre scorso, si è messo in mano ai grandi brand internazionali e ha rinunciato all’anima catalana del “mes que un club”, “più che una squadra”. Un’identità “venduta” in nome del profitto.
La nuova strategia economica
I biglietti delle partite sono sempre più cari: dalla fila 10 del settore 121, dietro la curva Sur, non si vede oltre la metà campo, eppure sedersi costa in media 180 euro a partita. Il tifo organizzato è praticamente sparito, il Camp Nou è sempre più silenzioso e i barceloní (i residenti in città, ndr) non vanno allo stadio. Niente paura finché ci sono i turisti a riempire le tribune a forza di experience Laporta può stare tranquillo, anche perché l’effetto Lamine Yamal si è fatto sentire pure a livello di merchandising.
Il Barcellona, infatti, nel 2025 ha incassato 277 milioni di euro, con un incremento del 63 per cento rispetto all’anno precedente. Nessun club calcistico ha fatto meglio. Molto del merito va ovviamente alle maglie del fenomeno di Rocafonda, che in diversi punti vendita sono state spesso esaurite. La collaborazione con il brand Spotify che in occasione degli ultimi clásicos contro il Real ha creato delle collezioni ad hoc dedicate ai grandi artisti della musica, ha fatto il resto. In quest’ottica è stato fondamentale rinnovare la partnership con Nike che garantisce un’entrata di 1,4 miliardi di euro per una dieci anni a partire dal 2024.
La grande abilità di Laporta è stata gestire il complicato momento economico blaugrana non diminuendo mai la competitività della squadra. Si è affidato a qualche prestito o parametro zero, vedi Rashford o Lewandowski, e ha unito qualche operazione mirata da 40/50 milioni di euro (Ferrán Torres, Dani Olmo) a una schiera di giovani cresciuti ne La Masia, lo straordinario settore giovanile.
I successi e la cantera
Oltre alla star Yamal, Pedri, Gavi, Fermin Lopez, Bernal e Gerard Martin sono entrati stabilmente nelle rotazioni dimostrando di poter essere dei titolari. Nonostante i catalani non arrivino in finale di Champions da 11 anni e dal 2015 abbiano visto il Real Madrid alzare quattro volte il trofeo, dal 2021 in poi nella bacheca del Barcellona sono finiti due campionati, una Copa del Rey e due Supercoppe di Spagna con due allenatori diversi, Xavi Hernandez e Hansi Flick.
Laporta ha scommesso sui successi in campo e sul fatto che la Liga non potesse permettersi di veder fallire un club di tale prestigio. Una tattica che ha pagato e gli ha consentito di accentrare su di sé la maggior parte dei poteri sotto il grande ombrello delle vittorie, ma pregiudicando in qualche modo l’istituto stesso dell’azionariato. Lo spirito si è perso già da parecchio, il futuro preoccupa, perché comunque ci sono un paio di miliardi di euro di esposizione con le banche e non è detto che le entrate legate allo stadio, al merchandising e al marketing li possano coprire.
Pensieri che agitano la mente di Laporta ma fino a un certo punto, dato che negli ultimi mesi si è concentrato solo sulla campagna elettorale. Troppo importante assicurarsi la carica fino al 2031 e un posto di lusso tra i più longevi del Barça.
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