Avanguardia di un movimento, nelle ultime due settimane la Nazionale di baseball ha saputo generare un entusiasmo per il gioco sconosciuto dalle nostre parti, e probabilmente, nella sua versione europea, si è garantita qualche spazio di visibilità anche per la prossima Haarlem Week e la qualificazione al Premier12, le due manifestazioni internazionali alle quali parteciperà in questo 2026.

Ora, però, il focus si sposta sul sistema del batti e corri italiano, dove la Fibs, Federazione italiana baseball softball, vedrà iniziare tutti i campionati di qui a un mese: «Starà a noi ora - ha detto il presidente federale, Marco Mazzieri, dopo la sconfitta degli azzurri contro il Venezuela a Miami nella semifinale del World Baseball Classic - riuscire a incanalare tutto questo entusiasmo per poter cercare di far avvicinare quanta più gente possibile ai nostri sport e, possibilmente, anche far capire a tutti i nostri club che dobbiamo fare qualcosa in più dal punto di vista del contorno della partita, perché il baseball è più che mai divertimento».

Tanto lavoro da fare

Il punto è proprio questo: a livello di strutture e di ciò che si trova a margine del gioco, un aspetto fondamentale di come il baseball è vissuto non solo negli Stati Uniti, ma anche dove ha seguito in Europa, per esempio nei Paesi Bassi e in Repubblica Ceca, in Italia il lavoro da fare è tantissimo.

Per uno sport che soffre il pregiudizio di essere considerato di difficile comprensione – ed è curioso, considerando che negli States lo capiscono pure i bambini, e senza sforzo: in fondo basta studiarne le regole – e che non entra più nelle scuole, garantire agli spettatori un’esperienza gradevole, facendo diventare la partita un’occasione di incontro, rappresenta la chiave per non dover rincorrere un exploit come quello appena ottenuto dalla Nazionale al World Baseball Classic.

E, magari, aumentare anche l’interesse lontano da piazze nelle quali, storicamente, il baseball è diffuso e amato, ma che nella penisola sono diffuse a macchia di leopardo, un’altra caratteristica peculiare di un movimento che conta circa 15mila tesserati.

Un po’ di storia

Dopo tutto, il baseball in Italia ha una storia non banale e, sebbene le sue prime partite si fossero viste già a fine Ottocento anche dalle nostre parti, fu dopo lo sbarco di Anzio e la seconda guerra mondiale che, a Nettuno, ebbe inizio il percorso italiano di un gioco rimasto quasi sempre ai margini delle cronache sportive nazionali.

Esiste un libro, Un diamante azzurro, curato in prima edizione (2006) da Riccardo Schiroli, Roberto Bugané, Maurizio Caldarelli e Marco Landi, e nella seconda (2024) dallo stesso Schiroli, che ne racconta la genesi e l’evoluzione andando a scoprire le origini e le figure centrali della via italiana al baseball e al softball, a partire da quello Steno Borghese (a cui è intitolato il diamante di Nettuno), e attraverso il quale si capisce anche perché, mentre in alcune città il batti e corri quasi non esiste, in altri si inizia a giocare sin da piccoli.

Come nel caso appunto di Nettuno – dove, un giorno del 1957, si presentò anche Joe Di Maggio, curioso del nostro baseball, in un’epifania diventata leggenda – e di Parma, Bologna e Macerata, ma anche Grosseto e San Marino (sì, la Repubblica), oltre a Rimini che ha una tradizione importante, ma un presente che finisce non tanto nelle cronache sportive ma in quelle cittadine, appunto per un aspetto relativo alla gestione dello stadio.

Così, in un ambiente sostanzialmente ristretto – nel quale gli appassionati sono anche dei veri e propri intenditori – ma sparso, il baseball si è trovato immerso in un momento di notorietà inatteso, che però oggi non deve rimanere solamente uno spot. La federazione – che appunto si occupa anche di softball, baseball5 e baseball per ciechi – grazie ai premi del Classic avrà la possibilità di aumentare le sue iniziative di propedeutica e propaganda, ma tocca anche alle società cavalcare l’onda e attirare i più giovani sui diamanti, tra palline, mazze, caschetti e guantoni. Se non ora, quando?

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