Rabat - Siamo al 64esimo minuto dell’ottavo di finale di Coppa d’Africa tra Marocco e Tanzania. I padroni di casa faticano a trovare la via del gol e la partita si sta incartando. Poi Brahim Diaz riceve palla al limite dell’area, salta un avversario e, da posizione defilata, lascia partire un tiro che sorprende il portiere e trascina il Marocco al turno successivo. Nei bar del centro di Rabat esplode la gioia e i tifosi si alzano in piedi esclamando: «Allez, si Brahim». La stessa scena si ripeterà cinque giorni più tardi, nei quarti di finale vinti contro il Camerun, quando il numero 10 segnerà il gol che apre le marcature.

Il coro significa «Vai, signor Brahim», in un misto di arabo e francese, con quella terza persona che indica una forma di rispetto che il pubblico riserva a chi, con 5 gol, ha condotto il Marocco fino alle semifinali di una competizione che non vince da cinquant’anni.

Un rispetto che Brahim Abdelkader Diaz - questo il nome completo della stella del Real Madrid - si era già guadagnato scegliendo di rappresentare il Marocco e non la Spagna, paese di origine della madre, dove è nato e cresciuto e per cui ha giocato fino all’Under 21. «La cosa bella è che Brahim ha scelto il Marocco quando avrebbe potuto giocare per la Spagna. [...] in un momento in cui stava andando bene con il Real Madrid, stava facendo la differenza ed era nella lista dei preconvocati di De la Fuente (ct della Spagna, ndr)», ha raccontato il ct marocchino Walid Regragui in un’intervista al Diario As nell’aprile 2025.

Migrazioni e radici

Per quanto quello del calciatore resti un mestiere e Brahim sia stato convinto dal progetto tecnico della federazione marocchina - rimasta per anni in contatto con l’ex Milan per garantirgli un ruolo da titolare e protagonista in una Nazionale che nel 2030 giocherà i Mondiali in casa - una scelta del genere non dipende mai da un solo fattore. A volte, optare per la Nazionale di un paese in cui non si è cresciuti è un modo per riscoprire radici della propria identità che fino a quel momento non si erano potute esplorare.

La vita in un paese straniero, in cerca di un futuro migliore - com’è il caso di molte persone africane che emigrano in Europa - può costringere i genitori ad assimilarsi alla cultura locale o a rinunciare a parte della propria, per non estraniare i figli dalla società ospitante. Grazie a questa scelta, Brahim ha potuto riscoprire il paese d’origine del padre, che in passato aveva frequentato poco, e sta provando ad apprendere un po’ di darija, l’arabo marocchino, per integrarsi meglio all’interno della squadra.

Brahim ha maturato la sua scelta a 24 anni, mentre il suo rivale in semifinale, il nigeriano Ademola Lookman, l’ha fatto a 25. Ci sono però molti altri calciatori che hanno scelto di rappresentare la Nazionale africana di origine in età ancora più giovane. Si tratta di un vero e proprio fenomeno di “migrazione di ritorno” calcistica, che va di pari passo con l’aumento della competitività delle Nazionali africane.

Diaz in buona compagnia

Lo stesso Marocco ne è un esempio: da Achraf Hakimi, che ha iniziato a vestire la maglia dei Leoni dell’Atlante già dall’Under 17, a Chemsdine Talbi, che l’anno scorso ha scelto la Nazionale nordafricana alla soglia dei 20 anni.

Un altro esempio emblematico è senza dubbio Ibrahim Maza. Nato nel 2005 in Germania da padre algerino e madre vietnamita, il centrocampista offensivo del Bayer Leverkusen ha scelto l’Algeria poco più di un anno fa, ancora prima di compiere 19 anni. Come spiegato dallo stesso calciatore, la decisione è stata dettata anche da ragioni affettive. Il pubblico algerino lo ha accolto, riconoscendo la sincerità del suo legame con la terra del padre, che dimostra nelle interviste con i media locali, quando Maza prova sempre a esprimersi in arabo, nonostante un livello ancora elementare.

Chi ha compiuto una scelta ancora più netta è un altro protagonista delle semifinali di questa edizione di Coppa d’Africa: Ibrahim Mbaye, 17enne promessa del Paris Saint-Germain che già dalla scorsa stagione è entrato nel giro della prima squadra. Mbaye ha giocato in tutte le Nazionali giovanili della Francia, il suo paese di nascita, ed era considerato dai più un futuro candidato alla Nazionale maggiore.

Nonostante ciò, ha optato per il Senegal, paese d’origine del padre a cui è molto legato, convinto dalle ambizioni della federazione. L’Africa sta così recuperando molti dei suoi talenti: calciatori già acclamati dalle nuove generazioni locali che aprono la strada ad altre stelle promettenti. Questo contribuisce a rendere le Nazionali africane sempre più competitive e a ridurre il divario con Europa e Sudamerica.

Un gap che non è mai stato dovuto a una minore qualità dei giocatori, ma piuttosto a risorse e opportunità storicamente negate al continente fin dagli albori del calcio.

© Riproduzione riservata