Milano-Cortina è molto più di una gara. Nella rubrica “Oltre il traguardo” ogni giorno troverete un racconto che nasce dai Giochi: una vittoria, una caduta, un’attesa, un gesto rimasto ai margini. Storie di atleti e persone, di sogni e sacrifici, perché l’Olimpiade non finisce al traguardo: continua nelle vite che attraversa. Qui tutte le puntate. “Oltre il traguardo” è accompagnata ogni giorno da un’altra rubrica, “Cronache dal ghiaccio”, un focus su risultati, medaglie, sorprese, record e protagonisti di ogni giornata.


I limiti, qualcuno ci fornisca il manuale d’istruzioni. Vanno superati o onorati? Sono un confine o un muro? Ci spingono ad andare oltre o (appunto) ci limitano? Dai Giochi non lo abbiamo capito. Help. Lindsey Vonn ha scelto di presentarsi alla partenza della discesa libera con il crociato rotto. C’era il sole, la pista era un manto di velluto bianco, il cielo bellissimo, la neve perfetta. Sembravano i segni di una favola. Invece l’incubo è cominciato una manciata di secondi dopo, quando è caduta ed è stata 20 minuti a urlare sul ghiaccio. Visto, ma cosa ci è andata a fare alle Olimpiadi in quelle condizioni?

Sofia Goggia, invece, ha provato a spingere avanti i suoi limiti in SuperG. Aveva conquistato un bronzo pochi giorni prima, poteva accontentarsi. Ma se di professione fai la una campionessa, vincere non ti basta mai. Goggia voleva tutto o niente, pur di stravincere era disposta a perdere: al secondo intertempo era ampiamente davanti, ma dopo poche curve ha cominciato a sbandare, ha perso il controllo degli sci, è uscita, e la sua giornata è finita lì. «Ho sciato come so. Ma le gare devono essere portate al traguardo», ha detto. Visto, se fosse andata più piano sarebbe andata a medaglia.

Infine Federica Brignone. A dieci mesi dall’infortunio al ginocchio, che le ha fatto temere di non poter più camminare, dopo aver testato, provato (10ª in libera), meditato, detto no (al team combined), è andata a prendersi l'oro nel SuperG (1’23”41 il tempo) con una prestazione da tigre, quella che ha sul casco. Una medaglia che al femminile mancava all’Italia da 24 anni (Daniela Ceccarelli a Salt Lake City). Un’impresa sull’Olympia delle Tofane, da leggenda. Fede non sapeva se ridere o piangere, «mi sentivo un outsider e mi sono detta: o fai tutto o non viene il risultato». Visto, ha fatto bene a superare i limiti.

Come ne hanno parlato

Vivere, e pensare di star meglio: lo dice Vasco Rossi maestro di tutti noi. Ma vivere andando al massimo è un bel rischio, e se fai sport di alto livello lo sai più di chiunque altro. A 41 anni Vonn ha fatto del suo meglio per mostrarci come stava recuperando, come si stava avvicinando all’Olimpiade del miracolo. Ha postato video, messaggi, sentimenti. Dettava programmi, progetti, piani di battaglia. Ci ha fatto vedere cosa significa andare contro la (mala)sorte.

Una mediatizzazione del suo recupero. Di questi tempi, ci sta. E continua ancora, dal letto d’ospedale: Lindsey rimane fedele a se stessa. «La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci. Credo in voi, proprio come voi avete creduto in me», ha scritto.

Più discrete ed equilibrate erano state Goggia (anni fa, prima di un’altra Olimpiade) e soprattutto Brignone. Dopo l’infortunio di 315 giorni fa - un countdown che oggi è suonato come una profezia -, Federica ha messo il silenzioso, lavorando in estate, poche uscite pubbliche, pochissimi proclami. È andata per gradi.

L'abbraccio tra Sergio Mattarella e Federica Brignone (FOTO QUIRINALE)
L'abbraccio tra Sergio Mattarella e Federica Brignone (FOTO QUIRINALE)
L'abbraccio tra Sergio Mattarella e Federica Brignone (FOTO QUIRINALE)

A una manciata di giorni dai Giochi aveva detto: «Vorrei che si fermasse il tempo per avere la possibilità di prepararmi come voglio. In questi mesi mi è mancato stare bene, invece dovevo smettere prima l’allenamento per via del dolore». E dopo l’oro, con il presidente Sergio Mattarella ad applaudirla, niente eccessi: «Non credevo di poter vincere. Ce l’ho fatta perché avevo già tutto e questo era solo qualcosa in più». Non è proprio vero, ma facciamo finta di crederci.

CHI HA RAGIONE?

Per gli antichi i limiti erano una condizione di pienezza. Ordine, legge, perfezione. L’eccesso era peccato. La hybris, non facciamo arrabbiare gli déi. Poi anche i limiti si sono spostati. Sono diventati una mancanza, un qualcosa da superare. Se n’è occupato lo sport, diventato veicolo per il manifesto Impossibile is nothing. Evviva la pubblicità.

ANSA
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Tina Maze, un’altra campionessa di tutto, non l’avrebbe fatto: «L'incidente di Vonn? Io non avrei mai sciato con un infortunio, si può vincere anche senza superare il limite». Chi ha ragione? Chi è cauto o chi rischia? Mauro Berruto, l’ex ct azzurro del volley, ha scritto di Brignone: «Questa è, per distacco, l’impresa sportiva di inizio millennio». E anche Vonn, sempre sui social, ha scritto quello che avrebbe voluto per sé: «What a comeback!», che ritorno.

Non sarebbe successo se Federica si fosse fermata. Forse la vera scelta è a un passo del limite: restare col rimpianto o buttarsi giù da una pista a cento all’ora.

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