Chiamarla magia sarebbe ingeneroso. Federica Brignone è tornata, e lo ha fatto a modo suo: in gara, in Coppa del Mondo, nel gigante sull’Erta, che in ladino vuol dire quello che sembra. Ripida, come la vita. Fede ha chiuso al sesto posto, migliorando addirittura il settimo della prima manche. Quarta vittoria stagionale per l’austriaca Julia Scheib, mentre Sofia Goggia è uscita dopo poche porte della prima manche. Ma gli occhi erano tutti per Federica.

«Sono felice», ha detto raggiante dopo il traguardo. Sono passati 292 giorni dalla rovinosa caduta agli Assoluti che le ha scassato la gamba sinistra: frattura scomposta del piatto tibiale e della testa del perone, oltre alla rottura del legamento crociato anteriore. Parlare di magia non è giusto. Quello che ha fatto Federica negli ultimi nove mesi abbondanti non è un miracolo. È tutt’altro: un capolavoro di volontà, di tigna, di coraggio, di dedizione, di sacrificio, di sofferenza. Di fede, anche.

Perché tu puoi domare la paura, i dubbi, il dolore, ma in tutto questo tempo la tentazione di arrendersi dev’essere stata forte. «Tutti i giorni c’è stato almeno un momento in cui mi sono detta: non ce la faccio». Ha adoperato l’ipnosi, la meditazione, e da ultimo l’Erta, una pista famosa per la sua durezza e oltretutto con la partenza rialzata e dunque più lunga di almeno 6-7 secondi. E ha vinto lei. È tornata.

«O così o niente»

Avrebbe potuto limitarsi a fare l’apripista, come le aveva suggerito prudente il presidente federale Flavio Roda. O avrebbe potuto aspettare fino all’ultimo, come si auguravano cauti i tecnici della Nazionale, e debuttare soltanto alle Olimpiadi, o la va o la spacca. Ma lei no. Brignone sceglie sempre la strada più complicata, e più diretta.

«Non ho mai avuto istinti conservativi. Preferisco vivere e fallire che non vivere per paura di fallire. Mi sono confrontata con il mio staff e ho deciso di gareggiare qui per mettermi alla prova», aveva spiegato. Ha scelto il “suo” gigante, quello che le ha permesso di vincere due coppe del Mondo di specialità, un oro mondiale e due medaglie olimpiche. La specialità che le causa più dolore, ma anche quella che le poteva fornire più risposte. «Se vedo che non me la sento, non c’è problema: mi fermo».

Un conto però è dirlo, un conto è ritrovarsi al cancelletto di partenza a quasi dieci mesi dal tremendo incidente in Val di Fassa. Federica ha 35 anni e ha avuto paura di avere compromesso la sua normalità, di non poter riavere la vita di prima. Dopo gli interventi e i lunghi mesi di riabilitazione tra la sua La Salle e il JMedical di Torino, Brignone ha ancora la gamba sinistra piena di ferro e viti, ma ha scelto di sciare senza tutore, «o così o niente», solo con un bendaggio per tenere caldo il ginocchio.

«Anche quando toglierò la placca la mia tibia non tornerà come prima. A vederlo adesso l’osso sembra sfondato, ha il profilo di una montagna invece che essere piatto», ha raccontato. A fine settembre zoppicava ancora vistosamente. Ha rimesso gli sci ai piedi per la prima volta a fine novembre a Cervinia. E a Plan De Corones si è presentata col pettorale numero 13, con la tigre sul casco, per chi ancora non sapesse chi c’è sotto.

Verso Cortina

Erano le 10.51 quando si è affacciata al cancelletto battendosi il cuore per darsi coraggio. Circospetta in principio, come per prendere le misure della neve, però pulita. «Ero molto tranquilla in questi giorni, ma quando ho messo fuori i bastoni ho pensato: non so se sono pronta». Una lieve scivolata alla seconda porta, un tracciato che gira tantissimo e altrettanto pretende. «Sono partita un po’ rigida, in queste condizioni è tosta, mi sono ricordata di respirare quando ero già dopo il primo intermedio. Da lì è andata un po’ meglio».

Ha sterzato sul muro, ha tenuto molto bene fisicamente sulla gara più faticosa del circuito. Sesto tempo (che poi diventerà settimo) a 1’18” da Sara Hector, e mentre tutti battono le mani lei solleva le braccia al cielo tenendo sempre stretti i bastoncini. È tornata come voleva: da sciatrice. «Mi sono sentita bene, più mi scaldo e meglio sto, con l’adrenalina troppo dolore non l’ho sentito. È stato un ottimo test. Sono felice, tantissimo. Ora voglio ritrovare il mio sci. Ho rotto il ghiaccio», ha detto con un sorriso da qui a lì.

Nella seconda manche Brignone è scesa leggera e ha tagliato il traguardo da prima, guadagnando addirittura un posto, mentre le bandiere di Plan di Corones sventolavano allegre, e Fede agitava i pugni. «È stato veramente difficile, sono contentissima. Sinceramente non ci avevo pensato al piazzamento, ero solo emozionata di essere qua».

Ora il programma è di spostarsi a Cortina ad allenarsi sulla velocità, anche per capire se vorrà correre il gigante anche ai Giochi, o sceglierà di fare soltanto le discipline veloci. «Mi manca un po’ osare, faccio due-tre curve e poi freno, mi manca quella fiducia lì. Ma per quella ci vuole tempo, adesso sono felice». Non è un miracolo, è una fuoriclasse.

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