Il cestista greco è la stella assoluta dei Bucks da quando la franchigia decise di scommettere su di lui al Draft del 2013. Adesso, dopo due titoli mvp e uno storico anello, Giannis ha comunicato di voler lasciare il Wisconsin per provare a vincere un altro titolo perché «nello sport c’è sempre un altro passo da fare verso il successo»
Fin dal momento in cui il tendine di Achille di Damian Lillard ha devastato la stagione dei Milwaukee Bucks all’inizio di Gara 4 della serie playoff dello scorso anno contro gli Indiana Pacers, tutti hanno immaginato il finale della storia. Che tra i Bucks e Giannis Antetokounmpo la storia d’amore fosse agli sgoccioli era già chiaro da tempo, il definitivo fallimento dell’ennesimo tentativo di rilanciare le ambizioni da titolo della franchigia non ha fatto altro che mettere in chiaro come sarebbe finita.
Qualcuno immaginava che Giannis potesse fare le valigie già nel corso dell’estate, il divorzio è stato però soltanto rinviato di qualche mese.
Tra Atene e gli States
Milwaukee decise di scommettere su quel ragazzo alto e magrissimo nel Draft 2013 con la numero 15, dando concretezza al progetto di un giocatore meraviglioso, ma dall’evoluzione tecnica e fisica tutta da scoprire.
Quando la sua famiglia era arrivata in Grecia, il cognome non era nemmeno quello, ma Adetokunbo: papà Charles con un passato da calciatore, mamma Veronica da saltatrice in alto, entrambi alle prese con un presente incerto. L’arrivo ad Atene da clandestini nel 1991, lasciando la Nigeria, per approdare in una casa minuscola, nella speranza di un domani migliore. Quel domani lo ha regalato a tutti Giannis, approdato negli Stati Uniti con un soprannome che ironizzava su quel cognome impronunciabile (“The Alphabet”) e divenuto in fretta “The Greek Freak”, come se la trasformazione di tutto fosse alla base della sua esistenza.
E ha cambiato pelle anche in campo, diventando via via sempre più grosso e immarcabile, passando da un apprendistato da playmaker voluto da Jason Kidd fino a dover fare a botte con i lunghi della Nba per prendersi il suo posto sotto al ferro, arrivandoci spesso e volentieri con l’irruenza di un treno in corsa. Era un senza ruolo, è diventato uno dei “quattro” più dominanti della lega.
L’anello e le conferenze
Dopo anni vissuti senza un documento di identità in tasca, per Giannis è stato quasi uno scherzo. Ha rimesso Milwaukee sulla cartina Nba delle pretendenti al titolo, anno dopo anno: sempre più punti, sempre più rimbalzi, sempre più dominante, fino alla vittoria dell’anello nel 2021, grazie alla vicinanza di due scudieri perfetti, Jrue Holiday e Khris Middleton.
Al suo fianco, in un ruolo decisamente marginale, anche il fratello Thanasis, approdato in Nba così come gli altri due, Kostas e Alex: nessuno neanche lontanamente all’altezza di Giannis, eppure trascinati sull’onda di un senso di famiglia che in casa Antetokounmpo è sempre stato potentissimo.
Ha provato a rimanere a Milwaukee, l’Mvp delle stagioni 2018/19 e 2019/20, anno in cui vinse anche il riconoscimento di difensore dell’anno. Ha cercato di mantenere fede a una promessa fatta a una città, il sogno di portare un altro titolo Nba.
Con le sue conferenze stampa, Giannis ha spesso fatto discutere. Lo fece soprattutto nel 2023, dopo l’eliminazione arrivata in coda a una stagione in cui i Bucks avevano fatto registrare il miglior record della regular season, salvo venire spazzati via dai Miami Heat al primo turno. «Nello sport non esiste la parola fallimento. Ci sono giornate in cui si vince e altre in cui vincono gli avversari, ma tutto è un passo verso un altro successo, perché nello sport c’è sempre un altro passo da fare. Cosa pensate di Jordan, che ha vinto sei titoli in 15 anni? Che negli altri nove campionati ha fallito?», disse, provocando tanti applausi da questa parte del mondo e una discreta dose di scetticismo negli States, dove il concetto di vittoria è qualcosa di fondante.
La trade
Da quel 2023 la percezione generale dei Bucks è andata via via calando, fino al tentativo di rivoluzione, fallito, con l’acquisizione di Lillard. Era un’ultima mossa, disperata, per rimanere aggrappati al treno di chi conta davvero. Fallita quella, la sorte di Antetokounmpo a Milwaukee pareva segnata. Solo che adesso i Bucks sono nelle mani di un uomo che negli anni è diventato più ingombrante della franchigia stessa.
Quando in conferenza stampa si è auto-diagnosticato un infortunio muscolare che lo avrebbe tenuto ai box tra le quattro e le sei settimane, diagnosi che è stata in effetti confermata dagli esami successivi, tutti hanno pensato alla trade imminente.
Milwaukee è pronta a sedersi al tavolo, proverà a ottenere tutto il possibile, ma non sarà facile: i Bucks non hanno il controllo delle loro scelte al draft fino al 2031, e questo rende praticamente impossibile, per la franchigia, impostare una strategia orientata sul tanking, perché perdere partite in serie può far comodo solo a chi quelle scelte le ha in mano.
Devono scambiare cercando di non perderci troppo e allestendo un roster il più possibile competitivo, un punto di rottura potenzialmente devastante. Ma i Bucks, prima di Giannis, non vincevano un titolo dal 1971, e allora va bene così.
Proveranno a ottenere il massimo dal suo contratto e dal suo status, dopo aver beneficiato del suo talento: le condizioni salariali a stagione in corso fanno pensare che lo scambio possa slittare all’estate, ma non si può mai trascurare il fattore disperazione, associato da molti, in queste ore, ai Golden State Warriors. E vedere l’ultimo ballo di Steph Curry con Antetokounmpo al fianco sarebbe a dir poco divertente.
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