L'eliminazione contro il Portogallo chiude simbolicamente il ciclo che ha portato la Nazionale fino alla finale mondiale del 2018 e alla semifinale del 2022. Modrić, Perišić e gli altri veterani salutano senza il titolo che il loro talento avrebbe meritato. Ma il vero rimpianto sono gli Europei. Ora il testimone va a una nuova generazione, chiamata a completare un'eredità rimasta incompiuta
Questo strano Mondiale a 48 squadre, con una partita in più (8 invece delle abituali 7) necessarie per vincere il titolo, già ai sedicesimi presentava delle sfide interessanti. La più intrigante, senza dubbio, è stata quella andata in scena a Toronto fra Portogallo e Croazia.
La partita fra lusitani e balcanici non ha rappresentato solo uno degli 8 incroci che, nel primo turno a eliminazione diretta, non vedevano coinvolte squadre ripescate come terze, ma è stato soprattutto il proscenio della sfida fra due ex compagni di squadra al Real Madrid (222 le partite giocate insieme con i Blancos): Cristiano Ronaldo e Luka Modrić, 6 Palloni d’oro in due (cinque per CR7 e uno per il croato, in grado nel 2018 di riuscire a spezzare la diarchia CR7-Messi nell’assegnazione del trofeo di France Football).
Ad avere la meglio è stato il Portogallo (2-1), non senza polemiche per il gol annullato a Igor Matanović grazie al chip inserito nel pallone. Una sconfitta che sancisce non soltanto l’eliminazione dei Vatreni (gli ardenti, come vengono soprannominati i calciatori croati), ma che, per certi versi, segna anche la fine della generazione d’oro del calcio croato.
Anche se quest’ultima definizione può essere oggetto di dibattito (quando si parla di Croazia infatti non bisogna dimenticare la nazionale arrivata terza a Francia ‘98, composta da altri talenti generazionali quali i vari Davor Šuker, Robert Prosinečki, Zvonimir Boban, Mario Stanić…), è indubbio come i più vicini a portare sul tetto del mondo questa nazione, indipendente dal 1991, siano stati Modrić e compagni, arrivati in finale a Russia 2018.
Canto del cigno
Quella vista in Nord America è stata dunque la squadra dei vecchietti terribili, campioni ben oltre i 30 anni che sembrano passati attraverso la piscina di Cocoon (il film di Ron Howard), in grado di rigenerare chi è in là con l’età. La carta d’identità però parla chiaro e per Modrić (40 anni), Perišić (37), Kramarić (35) e Budimir (34), quello negli States è stato con ogni probabilità l’ultimo ballo a livello di Mondiali. Un definitivo canto del cigno che non ha risentito del peso del tempo che passa.
E così Modrić è stato all’altezza di quanto fatto vedere anche nel Milan in Serie A, per di più in un contesto di maggior livello come quello rappresentato da una Coppa del Mondo. Lo stesso discorso vale per Perišić. L’ex interista, pur partendo da lontanissimo (da terzino, per lasciar spazio in avanti al più giovane a pimpante Martin Baturina, giocatore ammirato quest’anno nel Como di Cesc Fàbregas), contro i portoghesi ha comunque trovato il modo di iscriversi nel tabellino dei marcatori, mettendo a referto la sua 39esima rete (in 158 partite disputate con la maglia della Croazia), la settima per lui in una fase finale del Mondiale dopo quelle realizzate contro Camerun, Messico, Islanda, Inghilterra, Francia e Giappone nelle precedenti edizioni a cui ha preso parte. Un record che gli consente di superare Šuker (a quota 6) e diventare così il miglior marcatore di sempre della Croazia nella storia della Coppa del Mondo.
Modrić e Perišić come stelle più luminose di un’intera generazione che non sarà in grado di giocare ai Mondiali del 2030, in programma fra Marocco, Spagna e Portogallo (toh!), con una capatina anche in Uruguay, Argentina e Paraguay, per festeggiare il centenario della prima edizione, ospitata a Montevideo.
Rimpianti
Un’uscita di scena che lascia l’amaro in bocca, non tanto perché avvenuta così presto quanto perché, forse, questa nazionale avrebbe potuto conquistare almeno un titolo. In questo senso il rammarico maggiore non sono i Mondiali, con la già citata finale di Russia 2018 e la semifinale raggiunta a Qatar 2022. Nel primo caso, troppo superiore era quella Francia per sperare di poter vincere. Nel secondo, la corsa si fermò davanti a sua maestà Leo Messi.
No, il rammarico semmai è per i quattro campionati europei che vanno dal 2012 al 2024, nei quali i croati hanno collezionato due eliminazioni al primo turno e due agli ottavi. Troppo poco per il talento a disposizione. Una volta si diceva che la Jugoslavia fosse il Brasile d’Europa, per la enorme qualità dei suoi giocatori. Qualità che però non si tramutò mai in qualche successo a livello di selezione maggiore, se si eccettua la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Roma nel 1960.
Quell’eredità tecnica si può dire sia passata sulle spalle dei croati, visti i numerosi talenti sfornati fino a oggi. Anche in questo caso la bacheca è rimasta ferma a zeru tituli. Ora quindi non resta che aspettare e vedere se il promettente Luka Vušković, Joško Gvardiol, Mateo Kovačić (che ha comunque già 32 anni), Baturina, Petar Sučić (e altri nomi che eventualmente verranno fuori nelle prossime stagioni) saranno in grado di raccogliere la pesante eredità lasciata da Modrić e soci e, magari, di iscrivere la Croazia in qualche albo d’oro, come non è riuscito ai loro illustri predecessori.
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