Da anni circola in rete un meme raffigurante due uomini ragno che si indicano reciprocamente, utile per indicare due realtà che non sono poi diverse fra loro. Esattamente quello che succede confrontando il movimento calcistico italiano e quello tedesco, almeno a livello di nazionali. Se Atene piange (cioè l’Italia), Sparta (la Germania) non ride. Una volta considerate grandi potenze del calcio, ora entrambe si ritrovano ad attraversare momenti bui.

L’Italia, come noto, non prende parte a una Coppa del Mondo da tre edizioni. I tedeschi al Mondiale ci vanno, ma nelle ultime tre edizioni hanno collezionato due eliminazioni ai gironi (2018 e 2022) mentre quest’anno, nella partita della notte, sono usciti ai sedicesimi di finale a vantaggio del non certo irresistibile Paraguay. Se fino al 2014 i tedeschi avevano vinto il 75 per cento delle partite giocate al Mondiale, da quel momento in poi il dato è stato del 40 per cento. 

FOTO AFP
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Al danno si aggiunge la beffa: la sconfitta dei tedeschi è arrivata ai rigori: non era mai successo nella storia del calcio teutonico. Prima della sfida di Boston infatti i tedeschi, dal dischetto, avevano battuto la Francia (semifinale di Spagna ‘82), il Messico (quarti del Mondiale ‘86), l’Inghilterra a Italia ‘90 (semifinali) e a Euro ‘96 e l’Argentina (quarti di finale del 2006). L’unica e ultima volta in cui la Germania è stata buttata fuori da un torneo ai tiri dagli 11 metri era stata agli Europei del 1976, quando il cecoslovacco Antonín Panenka beffò Sepp Maier con il primo cucchiaio della storia.

Non solo: prima degli errori di Havertz, Woltemade e Tah contro i paraguaiani, l’unico tiro dagli 11 metri sbagliato ai Mondiali in una serie finale era stato quello di Uli Stielike nel 1982. I giocatori della Germania hanno quindi disimparato a battere i rigori? Beh, la spiegazione della cocente eliminazione non può ridursi solo a questo.

Un modello in crisi

Non è la prima volta che la Germania attraversa una crisi tecnica di questo tipo. Era infatti già accaduto fra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Dopo alcune avventure finite male (ai Mondiali del 1998 i tedeschi persero 3-0 ai quarti con la Croazia, mentre agli Europei del 2000 e del 2004 furono eliminati al primo turno), intervallate dalla finale Mondiale del 2002 (un evento sporadico, un po’ come la nostra vittoria a Euro 2021) la DFB (la Federcalcio tedesca) decise di lanciare un programma di rinnovamento, che venne definito reboot (riavvio).

Tale iniziativa (ben descritta nel 2015 dal libro Das reboot: how German football reinvented itself and conquered the world, scritto dal giornalista Raphael Honigstein) ebbe il merito di riuscire a riportare la Germania ai vertici. E lo ha fatto obbligando i vari club a costruire delle accademie per i giovani e creando anche dei centri federali, dislocati sul territorio, per seguire lo sviluppo dei migliori talenti.

Ma non si trattò solo di cambiamenti strutturali e organizzativi. La Federazione infatti decise di stravolgere la tradizione della nazionale, da sempre ancorata a un gioco fatto di difesa e contropiede. Da quel momento in poi la Mannschaft avrebbe invece abbracciato un’idea di calcio attiva e moderna.

I risultati si sono visti, almeno fino al 2016, con l’apice raggiunto vincendo il Mondiale del 2014. Da dieci anni a questa parte però il modello tedesco si è arenato, con la nazionale non più in grado di arrivare fra le prime quattro a Europei e Mondiali.

Attacco e difesa

Quali le cause? Sicuramente, in questo torneo del 2026, ci ha messo del suo Julen Nagelsmann con la sua insistenza nel far giocare Joshua Kimmich in difesa (il giocatore del Bayern non ha più il passo del terzino), nell’utilizzo continuato di Leroy Sané, nella gestione dei cambi o nell’aver voluto di nuovo il 40enne Neuer a difesa dei pali. Ma se una squadra come la Germania (quattro volte campione del mondo) in tre Mondiali perde contro Messico, Corea del Sud, Giappone, Ecuador e Paraguay la colpa non è soltanto di Nagelsmann.

Il ct tedesco, Julian Nagelsmann (FOTO AFP)
Il ct tedesco, Julian Nagelsmann (FOTO AFP)
Il ct tedesco, Julian Nagelsmann (FOTO AFP)

I problemi son invece quelli di un sistema che, abbracciando il modello posizionale spagnolo, ha registrato come conseguenza, sul lungo periodo, di non riuscire più a produrre un centravanti di livello mondiale. Sono lontani i tempi di Rumenigge, Völler, Riedle e Klose. Anche la difesa, una volta un punto di forza, non è più impenetrabile: Neuer è stato più volte impreciso e Antonio Rüdiger non è più quello di un tempo. Il risultato è che, in questo torneo, la Germania non è riuscita a tenere neanche in un’occasione la porta inviolata.

Leader quali Müller e Hummels non hanno trovato eredi. E i giocatori più talentuosi di questa generazione (Wirtz e Musiala) hanno deluso per vari motivi. In conseguenza di ciò, senza più i suoi campioni, la Germania si è ritrovata prigioniera di un modello di gioco sterile, uno nel quale il possesso è rimasto fine a sé stesso. La generazione vincitrice nel 2014 non è stata sostituita e non è detto che una Bundesliga dominata in lungo e in largo da una sola squadra (il Bayern) aiuti in tal senso.

Ecco allora che, dal Maracanazo (la vittoria 1-7 in casa del Brasile del 2014) al Bostonazo (l’eliminazione col Paraguay), il passo non è stato poi così lungo.

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