Ci sono partite in cui, al fischio d’inizio, non scatta soltanto il conto alla rovescia dei novanta minuti di gioco ma è come se iniziasse a riavvolgersi il nastro della Storia, quella con la S maiuscola, quella dell’umanità.

In questo Mondiale 2026, più che in ogni altra edizione passata (complice un formato ipertrofico a 48 squadre che ha aperto le porte a chi finora è rimasto ai margini dei grandi palcoscenici) ci sono incontri che raccontano contenuti che vanno ben oltre il risultato finale. Sono sfide che ci parlano di geopolitica, di identità frammentate, di ferite mai del tutto rimarginate e di un ordine mondiale che fatica a cambiare prospettiva.

Lo abbiamo visto pochi giorni fa, il 16 giugno, sul prato del New York New Jersey Stadium, quando la Francia ha incrociato il Senegal, battendolo per 3 a 1. E lo vedremo tra pochissimo, il 23 giugno, a Boston, quando l’Inghilterra scenderà in campo contro il Ghana. E a seconda di come andrà, nei prossimi turni ci potrebbero essere potenzialmente in campo anche Olanda e Suriname, Belgio e Congo… In questi casi, il terreno di gioco si trasforma in un palcoscenico per tutto ciò che continua a muoversi sotto la normalità apparente del nostro presente: e ogni passaggio, ogni contrasto, ogni gol diventa un frammento di un discorso molto più grande. 

La narrazione e la realtà

Sono speciali occasioni che rendono improvvisamente tangibile quel legame ombelicale tra Paesi europei e i territori che un tempo consideravano “proprietà”: la periferia dell’impero ha l’opportunità di guardare negli occhi il vecchio padrone su un piano di formale uguaglianza. Undici contro undici. Stesse regole, stesso arbitro, stessa identica possibilità di vittoria. Per novanta minuti, il debito storico accumulato in secoli di colonialismo sembra poter essere parzialmente saldato attraverso una vittoria, una parata, un rigore. È la rivincita simbolica di intere nazioni che affidano al talento di undici ragazzi in calzoncini, il riscatto psicologico di generazioni di sfruttamento.

Tuttavia, grattando appena la superficie di questa narrazione emancipatoria, emerge una realtà molto più ambigua e complessa, in cui le squadre delle ex colonie sono composte da giocatori che danno vita ai campionati degli ex (?) Paesi dominatori (e il punto di domanda è d’obbligo), in cui si toglie a chi produce per il profitto e il beneficio di altri. La rilettura del colonialismo in chiave sportiva non si limita dunque a rievocare romanticamente i fantasmi del passato e a interpretarli attraverso la cronaca delle partite, ma si alimenta ancora di dinamiche economiche tutt’altro che superate. Il sistema di sfruttamento ha cambiato forme e una di esse ha sicuramente affondato le radici nel terreno sportivo.

I vivai calcistici africani e sudamericani funzionano spesso come moderne piantagioni di talento, dove la materia prima viene estratta a basso costo per essere poi raffinata, monetizzata e celebrata nei campionati più ricchi del vecchio continente. Il paradosso geopolitico si fa ancora più evidente quando si analizzano le rose delle stesse nazionali europee. Molti dei campioni che indossano con orgoglio le maglie dei “colonizzatori” sono figli diretti di quella vasta diaspora nata dai flussi migratori post-coloniali: ragazzi con la pelle scura che segnano e lottano per i Paesi che hanno dato loro passaporto europeo mentre i loro cugini, rimasti a vivere in Africa o in Sudamerica, difendono i colori delle nazioni d’origine.

La provocazione

È in questa sovrapposizione tra provenienza e cittadinanza che si è inserita la provocazione di Ousmane Sonko, presidente della Camera dei deputati senegalese che, alla vigilia della partita Francia‑Senegal, ha dichiarato: «Chiunque sia il vincitore, è l’Africa che batte l’Africa».

Una dichiarazione apertamente critica nei confronti della Francia, pensata per rivendicare l’eredità africana dei giocatori francesi che ha però prodotto il paradosso di essere immediatamente riutilizzata dall’estrema destra identitaria europea, come prova della presunta “non‑francesità” della nazionale e ribaltandone completamente il senso originario. Per i sostenitori di visioni discriminatorie, infatti, la dichiarazione conferma l’idea di una squadra poco rappresentativa della popolazione “autentica”: un’eco diretta delle vecchie polemiche di Jean‑Marie Le Pen sulla nazionale definita «troppo scura»che, nel 1998, vinse il titolo mondiale.

Il “pensiero bianco”

In quella squadra nazionale c’era anche Lilian Thuram, oggi fine intellettuale militante che ha convertito la celebrità sportiva in impegno civile, autore di saggi tradotti in tutto il mondo e di una fondazione per l’educazione contro il razzismo. Nel suo libro Il pensiero bianco mette a nudo un modello mentale prevaricatore, un sistema di dominio inventato dall’Occidente per auto-assegnarsi il ruolo centrale, un meccanismo che non riguarda solo il razzismo ma che è alla base anche del sessismo e di tutte le forme di discriminazione.

Se vogliamo capire quanto questo pensiero sia vivo, vegeto e straordinariamente performante oggi, mentre il concetto di remigrazione viene trasformato dall’estrema destra in un progetto di espulsione di massa, non dobbiamo frequentare i simposi accademici, ma accomodarci sulla poltrona e guardare una partita di calcio. Il capolavoro del pensiero bianco applicato allo sport è la sua capacità di ribaltare la percezione della realtà.

Quando guardiamo la nazionale francese o i grandi club della Ligue 1 stipati di talenti provenienti dal sud del mondo, l’interpretazione prevalente ci impone di vedere un miracolo di inclusione sociale. Ci viene raccontata la favola dei poveri ragazzi che, grazie al calcio, trovano la propria redenzione economica e la cittadinanza globale. L’atleta si arricchisce individualmente (e questo serve al sistema come formidabile paravento morale) ma i territori d’origine rimangono in una condizione di cronica subalternità.

«Il pensiero bianco ha diviso l’umanità in dominanti e dominati, e ha convinto i dominati che la loro unica speranza di salvezza sia essere ammessi alla tavola del dominatore» scrive Lilian Thuram. Il campo da gioco è la sublimazione perfetta di questo meccanismo: l’Occidente non solo estrae e consuma la risorsa, ma pretende anche di essere ringraziato per aver concesso una possibilità.

È un legame di dipendenza che sopravvive alla decolonizzazione ufficiale e che il calcio (ma non solo come vediamo in altri sport, tra cui rugby, cricket, maratona) rende visibile e impossibile da ignorare. Il messaggio di Thuram è un invito a decostruire questo sguardo. Il “pensiero bianco” non riguarda il colore della pelle, è una forma mentis.

Per uscirne, scrive l’ex campione, chi si è sempre percepito come «neutro o universale» deve finalmente accettare di guardarsi allo specchio: riconoscere la propria parzialità, la propria posizione di vantaggio nella parte del mondo che ha costruito, alimentato e difeso un modello predatorio che cambia forme nel tempo ma mantiene la stressa struttura di pensiero.

Il calcio potrà davvero decolonizzarsi solo quando smetterà di essere una forma capitalistica, per cui il talento del Sud globale viene raccolto come una materia prima da raffinare e rivendere. E le nostre società saranno mature quando riconosceranno ai figli della diaspora coloniale antica e moderna, il diritto di essere cittadini complessi e plurali, a pieno titolo.

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