Nello squadrone italiano in gara agli Europei di atletica leggera in corso a Birmingham (10-16 agosto), chiamato a confermare l’edizione da record di Roma 2024, c’è un atleta che può rappresentare un dark horse: Andrea Dallavalle.

Il triplista piacentino, bronzo agli Europei indoor e argento ai Mondiali outdoor nel 2025, parte qualche centimetro indietro (17,42 m come personale stagionale, siglato a Madrid il 16 luglio) rispetto ad Andy Diaz e al portoghese Pedro Pichardo. Ma, alla luce del suo storico, è lecito aspettarsi grandi cose.

EPA
EPA
EPA

La sua stagione fin qui dice: campione italiano indoor, ottime prestazioni a Doha e Madrid outdoor, ma anche il Mondiale indoor di Torun che non è andato come sperato (7° posto). Che percorso è stato finora?

La stagione indoor la definirei tribolata: a inizio gennaio ho avuto un piccolo infortunio che mi ha fatto posticipare la preparazione di qualche settimana. A Torun speravo di fare bene in vista degli Europei, ma evidentemente non ero ancora pronto per certe misure. Sull'outdoor invece sono finora piuttosto soddisfatto, anche se manca l'evento clou, quello che tendenzialmente pesa di più sul bilancio complessivo della stagione. Però Doha è andata bene, Madrid benissimo, e agli assoluti italiani abbiamo scelto di gareggiare con rincorsa ridotta proprio in ottica Birmingham. Per ora bene, manca solo “la ciliegina”…

Che momento di carriera rappresenta per lei questo Europeo, sia all'interno della stagione che nel quadro più ampio di carriera?

Sono in un momento di carriera più maturo: ho già fatto diverse manifestazioni internazionali, ho 26 anni, non sono più un ragazzino. Dal punto di vista della stagione è un momento chiave, perché capiremo se il lavoro fatto finora è quello giusto. Sono fiducioso, perché sono accompagnato da uno staff molto competente, di cui mi fido, e questo mi dà più sicurezza per andare a giocarmi le mie carte.

Un anno fa a Tokyo ha conquistato la medaglia più importante della sua carriera: argento mondiale con un grande miglioramento sul personale, a un centimetro dall'oro. La considera una delle giornate più belle della sua vita?

Certo, perché è stata la gara in sé a renderla speciale. L'epilogo purtroppo non è stato quello che speravo, perché sono rimasto primo fino all'ultimissimo salto di Pichardo, che mi ha superato. Avevo già vinto un argento a livello europeo, ma fare così bene a livello mondiale mi ha dato una felicità difficile da spiegare.

La sua carriera è stata caratterizzata dagli infortuni. Quanto pensa che il pubblico e i media percepiscano cosa significhi affrontare un infortunio?

L'infortunio, grande o piccolo che sia, è sempre una rottura di scatole enorme, perché stravolge i piani: magari dovevi gareggiare in un posto e ti ritrovi a farlo altrove, la preparazione inevitabilmente cambia. La cosa più complicata, che spesso le persone sottovalutano, è l'aspetto mentale. Quando ti fai male devi ripartire quasi da zero, lavorare il doppio per recuperare la condizione e ritrovare fiducia in certi gesti. È un aspetto che in pochi considerano, ma che pesa parecchio per un atleta.

Un infortunio l’ha portata a cambiare il piede di stacco, da destro a sinistro. Può spiegare cosa comporta e quanto tempo ci ha messo per trovare fiducia?

È una cosa tecnicamente complicata da fare, anche se negli ultimi anni è capitato che diversi atleti molto forti l'abbiano affrontata: penso a Christian Taylor, che ha vinto due Olimpiadi, una con una gamba, una con l'altra. Io avevo tanti problemi al piede destro che limitavano molto il primo balzo, quindi abbiamo deciso di cambiare piede di stacco. Fortunatamente con il mio allenatore tecnico avevamo sempre lavorato con entrambe le gambe a bassa intensità, quindi a livello di coordinazione ero già messo abbastanza bene. Aumentando l'intensità le cose si sono complicate: l'inizio è stato non difficilissimo, ma abbastanza strano, perché in pedana devi riabituarti. La cosa positiva è che è stata la scelta giusta: mi ha dato una nuova spinta in un momento in cui il piede destro era diventato un punto debole.

Ha completato gli studi in economia. Vede questa formazione come un trampolino verso una carriera manageriale nello sport?

Sì, mi piacerebbe molto rimanere nel mondo dello sport: sono follemente innamorato di questo ambiente, mi affascina la competizione in sé e tutto ciò che riguarda lo sport. Vedremo in che veste: le cose possono sempre cambiare, ma propongo già al me stesso del futuro di rimanere nell’ambiente.

Lei ha tanti interessi lontano dalla pedana. Pensa che stia tramontando il cliché dell'atleta monodimensionale?

Vedo sempre più atleti propensi a costruirsi una “vita parallela”. A meno che non abbia risultati di un certo livello, un atleta non ha le stesse garanzie economiche di un calciatore, che ha uno stipendio che gli dà sicurezza per il futuro. Trovo bello vedere che molti danno priorità allo sport e all'allenamento ma cercano comunque di costruirsi un futuro solido, anche tanti giovani che, appena finito il liceo, si rimettono subito in gioco nel mondo universitario. Mi sembra una bella sfida, che porta anche tante soddisfazioni.

Andrete a Birmingham, quindi lo devo chiedere: le piace Peaky Blinders?

Assolutamente sì, andrò a Birmingham appositamente! (ride, ndr)

Le piacerebbe visitare i luoghi della serie?

Sì, anche se non mi hanno parlato benissimo di Birmingham…Inoltre Vera Spadini (giornalista Sky, ndr) mi ha detto che a Birmingham c'è la panchina dedicata ai Black Sabbath, essendo la città di Ozzy Osbourne. Quindi ci sono due buoni motivi per andarci.

© Riproduzione riservata