A dividerli è il Pallone, ma Dio, Patria e Famiglia li accomunano. Uno striscione, “Grazie Generale” con l’effige di Ratko Mladic, e quindi il coro a scandire a gran voce il suo nome. Così, anche la curva del Partizan Belgrado non ha voluto essere da meno degli odiati cugini della Stella Rossa (che durante la partita di Europa League contro il Viktoria Plzen avevano esposto lo striscione “Generale, gloria eterna e grazie”) e ha reso omaggio al “boia di Srebrenica”, l’uomo che nella guerra in Bosnia applicò “la soluzione finale” della pulizia etnica in nome della “Grande Serbia” per liberarla dai “turchi” (così i nazionalisti serbi chiamano i musulmani).

Una figura, quella di Mladic, consegnata dalla storia a imperitura ignominia, che dovrebbe unire nella condanna, e non certo nell’encomio, un paese come la Serbia che chiede di entrare nell’Unione europea. Un passo avanti verso la democrazia e l’Europa, è quanto chiedono quei ragazzi che da mesi scendono in piazza a manifestare tutto il loro dissenso nei confronti del governo del Belgrado e del presidente serbo Aleksandar Vučić, nazionalista filorusso e noto revisionista.

Tutto il contrario dei ragazzi, invasati di “Grande Serbia”, che in nome di Dio, Patria e Famiglia, riempiono le curve degli stadi di Belgrado, in primis quelli della Stella Rossa al Marakana: lì, infatti, già nel 2017 gli ultras della Stella Rossa esposero uno striscione a favore di Mladic e lo inneggiarono nei cori. Era novembre, Mladic era appena stato condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia: durante la partita di Europa League contro il Bate Borisov, la curva della Stella Rossa espose uno striscione in difesa del carnefice e lo osannò nei cori come un eroe nazionale. Esattamente come fanno oggi.

Stella nera

Nulla di nuovo, quindi. Anche allora quel comportamento sollevò un’ondata di indignazione, tanto che l’Uefa aprì un procedimento e sanzionò la Stella Rossa con una partita da giocare a porte chiuse. Provvedimento che potrebbe ripetersi anche adesso, visto che l’Uefa ha avviato un nuovo procedimento per gli osanna a Mladic da parte degli ultras belgradesi nella partita contro il Viktoria Plzen. Diciamo che la stella è nata rossa, ma oggi non potrebbe essere più nera.

Il "Fudbalski Klub Crvena Zvezda" fu fondato da studenti dell'università di Belgrado nel febbraio del 1945 dalle ceneri del SK Jugoslavija, da cui ereditò stadio, uffici, giocatori, logo (cui fu aggiunta una stella rossa) e colori sociali, il bianco e il rosso. Il nuovo club, nel quale era confluito anche il BSK Belgrado, cambiò nome in Stella Rossa, Crvena Zvezda, il 4 marzo 1945.

Nei regimi socialisti, anche nella non allineata Jugoslavia di Tito, ogni squadra aveva un riferimento istituzionale: a Belgrado la Stella Rossa era la squadra della polizia, mentre i rivali del Partizan lo erano dell’esercito. La deriva avvenne proprio a seguito della disgregazione della Jugoslavia, implosa nelle guerre fratricide nei Balcani, quando i nuovi satrapi che avevano preso il posto di Tito lisciarono il pelo a queste frange in cambio del loro sostegno.

Il confine tra curva e milizia

La Curva Nord del Marakana è il settore occupato dai Delije (in serbo "gli eroi"); originariamente il gruppo era composto di manipoli provenienti anche da città diverse da Belgrado e persino dal Montenegro e dalla Bosnia serba. Quando se ne unì uno nuovo, gli Zulu Warriors, la curva si radicalizzò ulteriormente, diventando così ancora più estremista e identificandosi sempre di più nel nazionalismo serbo in un’unica triade fondante: Stella Rossa, Belgrado e Serbia. Fu allora che i Delije divennero in parte vere e proprie milizie paramilitari.

Era lì, sui gradoni della curva del Marakana, che Željko Ražnatović, al secolo Arkan, arruolava le sue “Tigri” e le conduceva agli eccidi in Croazia e in Bosnia, partecipando anche al genocidio del luglio del 1995 a Srebrenica. Incriminato dal Tribunale dell’Aja, Arkan fu ucciso in un agguato a Belgrado nel 2000, ma rimase un mito venerato nella Curva Nord dello stadio Marakana. Se è per questo, anche nella Curva Nord dello stadio Olimpico di Roma, visto che all’indomani della sua morte gli ultras della Lazio esposero uno striscione in suo onore che lasciò sgomenti.

Ritenuti una delle tifoserie organizzate più violente d'Europa, i Delije sono manovalanza del sentimento nazionalista serbo più bieco. Braccio dell’internazionale ultras sovranista che allarga i suoi confini ed esce dai Balcani. Uniti dalla fede ortodossa, i Delije sono infatti gemellati con gli ultras dell’Olympiakos Pireo, i Gate 7, e con quelli dello Spartak Mosca (in curva a Belgrado sventolano bandiere russe) e del CSKA Sofia.

In Italia flirtano con la Curva B del Napoli: da qui l’aggressione degli ultras serbi ai romanisti nel 2023. Gli rubarono gli striscioni, su tutti quello del gruppo storico dei Fedayn, che vennero poi esposti come bottino di guerra e bruciati al Marakana. Oggi a essere esposta è l’effige di un boia come Mladic. Le autorità di Belgrado strizzano l’occhio e lasciano fare. Ancora per quanto?

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