Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.


È piena di tifosi danesi l’ultima curva dell’ultima salita, prima del traguardo di Andalo. C’è anche un tipo vestito da Babbo Natale che suona un campanaccio: la liturgia delle salite cambia sempre ed è comunque uguale. L’ultima curva è piena di tifosi danesi venuti qui per vedere Jonas Vingegaard in maglia rosa, e chissà cosa urlano al loro corridore, quell’altro, Michael Valgren, che a 1.100 metri dalla linea bianca tira fuori dalle sue gambe l’ultimo briciolo di forze.

È quello che a Valgren serve per vincere la diciassettesima tappa del Giro d’Italia, distanziando di 3 secondi il norvegese Andreas Leknessund (terzo secondo posto per lui) e di 6 il ragusano Damiano Caruso, che a 38 anni fa un balzo di quattro posti in classifica generale: adesso è nono.

Anche oggi Giulio Ciccone è andato in fuga, e anche oggi non c’è stato verso. Dietro, il gruppo è arrivato a oltre 5 minuti. Un’altra giornata durissima, con un caldo tremendo al via e un temporale che ha tormentato la corsa nella seconda parte della tappa. 

È un Giro sempre più danese: Valgren e Vingegaard erano amici da bambini, anzi erano figli di amici. I Valgren e i Vingegaard vanno ancora in campeggio assieme come quando i ragazzi erano piccoli: Jonas e sua sorella Michelle, Michael e sua sorella Julie.

Nel 2021 erano tutti e quattro sulle strade del Tour. «Veder passare i nostri figli è stato incredibile, è stato come arrivare in fondo a una strada dura e bellissima». Quell’anno Vingegaard arrivò secondo, e nei due anni successivi fu lui a vincere il Tour.

Invece Valgren nel 2022, a giugno, durante l’ultima tappa della Route d’Occitanie, cadde malamente: frattura del bacino, lussazione all’anca e un ginocchio a pezzi, tutti i legamenti rotti. L’anca è stata a rischio di necrosi e Valgren ha temuto di dover ricorrere a una protesi. Ma poi è andato tutto bene, il ciclismo dà e toglie.

Deve tenerlo a mente anche Giulio Pellizzari, che sognava questo Giro e invece sta vivendo un calvario quotidiano: oggi si è staccato sulla prima salita, vuoto, ed è arrivato al traguardo 77°, lontanissimo, a più di 13 minuti dal vincitore. Da questo Giro sbagliato potrà soltanto imparare e crescere.

Il Circuito degli Assi: una storia grande

Domani, giovedì 28 maggio, al km 12 il Giro attraverserà Lavis, un borgo di 9mila abitanti, vigne e meleti, dove il torrente Avisio entra nell’Adige da sinistra. È curioso come un paese così piccolo abbia avuto un ruolo importante nella storia: conquistato dai Romani, poi da Longobardi, è diventato celebre dal 1526 a inizio Ottocento per la sua Vicinia, un’antica forma di governo comunitario che fu spazzata via dalle riforme in epoca napoleonica.

Fedele al suo passato di amore per la cura del bene collettivo, il borgo di Lavis nel Novecento è riuscito a portare qui il ciclismo internazionale. L’Unione sportiva Lavis esisteva da appena due anni quando organizzò la prima edizione di una manifestazione che ebbe un clamoroso successo: il Circuito degli Assi.

Era il 30 ottobre 1955: la prima volta partì quasi per gioco, eppure arrivarono Fiorenzo Magni, a fine carriera, e Aldo Moser, che invece era al principio. Ma anche Imerio Massignan, Arnaldo Pambianco, Gastone Nencini. L’anno dopo si spostò il percorso nel centro di Lavis e i vicoli stretti del Pristol, il quartiere vecchio, si riempirono fino all’inverosimile.

Un ballo in onore di Coppi

Arrivò anche Fausto Coppi, ospite della famiglia Del Rio di piazza Manci: lì abitava Mario Pazzi, il dottore che aveva curato Coppi a Villa Igea a Trento, dopo un infortunio. In onore del Campionissimo fu anche organizzato un gran ballo, al primo piano del palazzo dei Sardagna, che oggi i nonni raccontano ancora ai nipoti, come si fa con le favole. L’anno dopo, con la gara spostata al caldo di agosto, vinse il trentino Aldo Moser, ma da fuori era arrivato anche il romagnolo Ercole Baldini, campione olimpico l’anno prima a Melbourne.

Fausto Coppi al Circuito degli Assi
Fausto Coppi al Circuito degli Assi
Fausto Coppi al Circuito degli Assi

Il 13 marzo 1960 il Circuito di Lavis diventò internazionale: Moser quella volta dovette affrontare Charly Gaul e poi Poblet, Pambianco e Massignan. Nel 1961 arrivarono Louison Bobet, Jacques Anquetil, Federico Bahamontes e Nino Defilippis. Nel 1962 si presentò a Lavis anche Gino Bartali, e la leggenda fu completa. Lo speaker era Rolly Marchi, Lavis era il suo paese.

Ogni anno la sfida era sistemare la salita del Pristol, dissestata e piena di buche. Una volta i volontari dell’Us Lavis andarono a «prendere in prestito» la ghiaia dai cantieri del Brennero e dalla provinciale della Valle di Cembra; poi di notte, armati di rulli e di badili, asfaltarono quel chilometro di salita che aveva portato Lavis a essere famosa nel mondo del ciclismo.

Poi il Circuito fu sospeso, perché tutte le cose belle prima o poi finiscono, e quando ricominciò lo spostarono a Zambana. Ma cominciarono tutti a chiamarlo il circuito degli ombrelli perché quel giorno, non si sa come, pioveva tutti gli anni.

Barabba e la bici di Moser

A Francesco Moser una volta rubarono la bici, una bici bianca e nera che aveva parcheggiato fuori mentre andava a scuola guida, e quando tornò a Palù di Giovo girava già la voce che ci fosse una bici come la sua a Lavis. Era la sua, gliel’aveva rubata uno che lo chiamavano Barabba perché faceva il ladro, e i carabinieri dissero che era inutile andarlo a prendere perché era lì da loro tutti i giorni.

Quando lo interrogarono Barabba si difese, disse che se avesse saputo che era la bicicletta di Francesco non l’avrebbe rubata: erano stati anche compagni di scuola loro due. Potremmo continuare all’infinito, ma tutte le cose belle prima o poi finiscono.

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