Dal dolore del 4 maggio 1949 alla Grande Inter, l'eterno confronto con papà Valentino, il dualismo con Rivera e il rimpianto per il Mondiale 1970. Se ne va un uomo di calcio che ha vissuto una intera vita tra memoria, fedeltà ai nerazzurri e il bisogno di trovare la propria strada
Sandro Mazzola non ha mai dimenticato quella volta che scese in campo vicino a suo padre, mano nella mano, mentre il Filadelfia di Torino si allargava in un boato, «una cosa fantastica, incredibile», e lui, ancora bambino, alzava gli occhi verso quell’uomo che «ho sempre pensato fosse altissimo e in realtà era un metro e sessantasei o giù di lì». Mazzola ha pensato a suo padre Valentino per tutta la vita. Era già morto a Superga quando Sandrino, ancora ragazzo, tornò a Torino per giocare una partita del campionato giovanile con addosso la maglia dell’Inter. Zoso, lo storico magazziniere del Toro, lo portò a vedere l’armadietto che era stato di suo padre: «Mi venne da piangere. Giocai la peggior partita della mia vita». In campo alzava gli occhi e vedeva Superga, la collina, il cielo grigio, le onde del destino. A fine partita Peppin Meazza gli appoggiò una mano sulla spalla: «Ho capito tutto Sandrino, non ti preoccupare».
Mazzola se n’è andato a 83 anni. E anche se non aveva mai avuto l’aria preoccupata, qualcosa di quell’assenza paterna gli deve essere rimasto impigliato nell’anima. «Ero troppo piccolo per capire chi era Valentino Mazzola. Dopo la tragedia mi portarono fuori città. Io chiedevo sempre di lui e mi dicevano che stava per tornare, che era in viaggio. Solo dopo mi raccontarono la verità». Anche da leggenda dell’Inter e della Nazionale conservò qualcosa di quel bambino sperduto. Il calcio gli diede notorietà e gloria, ma se le dovette conquistare perché all’inizio passava soprattutto per il figlio del campione. Tant’è che Helenio Herrera non lo voleva: il Mago non sopportava i raccomandati.
Fu Angelo Moratti a mettere il veto al trasferimento al Como «per farsi le ossa». Prima ancora era stato Sandrino a sottrarsi al confronto, lasciando per un periodo il calcio per il basket. Era bravo, ma Cesare Rubini, alla Simmenthal, gli disse di lasciar stare: «Tuo padre si rivolterebbe nella tomba».
Valentino non fu soltanto un’assenza: fu anche un peso con cui Sandro dovette convivere. Nel 1961, quando Moratti mandò la Primavera a Torino contro la Juventus per protesta contro la Figc, Mazzola aveva diciotto anni. La mattina aveva tre interrogazioni a ragioneria per rimediare ai brutti voti. La mamma non voleva che partisse: convinse lei e il preside. «Mi presentai a scuola con la valigia di legno e dentro c’erano la maglia, i calzettoni e i calzoncini dell’Inter». La Juventus vinse 9-1 e l’unico gol nerazzurro, su rigore, lo segnò lui. «Me l’ero fatta sotto, prima di tirare». Era il suo esordio in Serie A, il 10 giugno, ma dentro c’era già tutto il suo destino. Valentino aveva lasciato la famiglia per un’altra donna. E Sandrino, che come tutti i figli aveva bisogno di maestri e di eroi, trovò un luogo sicuro nell’Inter.
Non fu soltanto l’unica maglia indossata in tutta la carriera: fu casa, famiglia, identità. Diciassette stagioni, 565 partite ufficiali, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. A trent’anni, quando ancora lo sport non lo si prolungava all’infinito, gli chiesero cosa volesse fare: «Resterò nel calcio, è la mia vita». Infatti era diventato dirigente dell’Inter, aveva portato Ronaldo («quello vero», come diceva lui) e un giorno era andato a vedere un ragazzino bravo bravo: era Andrea Pirlo.
La vita di Mazzola è stata una simbiosi con i colori nerazzurri. Quando la Juventus fece carte false per strapparlo all’Inter non ci fu nulla da fare: «Boniperti e l’Avvocato provarono almeno tre volte a portarmi alla Juve. Gianni Agnelli mi offrì persino una concessionaria Fiat, e doppio stipendio rispetto a quanto prendevo all’Inter». Fu ancora l’assenza del padre a entrare nella sua vita. «La mia mamma disse: “Sandrino, se vai da quelli là, tuo padre si rivolta nella tomba”. Non potevo, naturalmente». Quello che poté fu farsi crescere i baffi: non un vezzo, ma un piccolo atto di ribellione, un modo per sentirsi più grande. Diventarono il tratto distintivo di uno dei simboli del calcio italiano. Herrera gli trovò il ruolo perfetto, tra centrocampo e attacco, in uno spazio che assomigliava alla sua vita: fatto di passaggi, zone intermedie, silenzi e mancanze.
E paure. I racconti dell’aereo del 1949, quello in cui perse la vita suo padre, gli avevano lasciato il timore del volo. «Va volentieri in aereo?». «No, assolutamente. Prima di andarci ci penso lontanamente. Ma poi al primo sbalzo comincio a sudare e faccio un paio di partite soltanto in quel volo». In questi anni se ne sono andati molti uomini simbolo dell’Italia del boom, figure di un Novecento malinconico e troppo analogico per l’oggi. Con Mazzola se ne va anche un sentimento: quello dei figli che hanno dovuto lottare contro le ombre per potersi affermare.
Mazzola lo fece sempre. «Sui 16 anni io e mio fratello ci siamo resi conto del nome di nostro padre e dell’ombra che gettava su di noi. Allora abbiamo avuto il dilemma di fare le cose sul serio o di smettere. Ma per diventare dei campioni bisogna costruirsi con sacrifici e forza di volontà». Fu così anche con la Nazionale. Con l’Italia giocò 70 partite, segnò 22 gol, vinse l’Europeo del 1968 e arrivò in finale al Mondiale del 1970. I paragoni sono sempre stati parte dell’esistenza di Mazzola. Il più glamour si sostanziò nel dualismo con l’amico-rivale Gianni Rivera. Prima del Mondiale del ’70 il ct Ferruccio Valcareggi decise che non potevano giocare insieme: Mazzola nel primo tempo, Rivera nel secondo. Nacque la staffetta, un espediente entrato nella storia del calcio italiano. «Eravamo le due metà di Milano, ma diversi: io famiglia e calcio, più riservato, Gianni più da prime pagine». In finale contro il Brasile Rivera entrò però al posto di Boninsegna. Altro che staffetta. Ma all’epoca funzionava così: o eri del Milan o dell’Inter. Rivera e Mazzola, però, si trovavano nei ristoranti della città. Tant’è che quando Gianni qualche mese fa si propose per la presidenza in Figc, Mazzola disse: «E’ l’uomo giusto». Ma i due condividevano anche i rimpianti: «L’unica partita che vorrei rigiocare anche adesso. Dopo la semifinale con la Germania eravamo cotti. Non aver vinto il Mondiale è il mio rimpianto più grosso».
Mazzola diceva di apprezzare «la sincerità» e di odiare soprattutto «l’ipocrisia». Per questo cercò sempre di dare un senso anche al proprio ruolo fuori dal campo. Lo fece quando, insieme a Rivera, Corso, Bulgarelli e altri protagonisti dell’epoca, contribuì alla nascita del sindacato dei calciatori. «Esistono trenta o quaranta giocatori fortunati. Ma poi ce ne sono cinquemila che non hanno un avvenire e senza i quali non ci saremmo nemmeno noi. Bisogna tutelare questi ragazzi». Lo accusarono di essere un «capomafia del calcio». Alfredo Pigna gli chiese una volta come si sentisse. Mazzola rispose: «Questo significa che mi si riconoscono qualità di capo. Ma parlerei più di capofamiglia». A 29 anni fondò con alcuni amici anche un’agenzia di pubblicità. «Mi occupo di pr e contatti», raccontava.
Da ragazzo leggeva Hemingway, Bevilacqua, Arpino. «Ho letto anche Il Padrino, mi è piaciuto molto». Era gentile, ironico, riflessivo. Sua moglie l’aveva conosciuta a una festa tra studenti, a sedici anni. «Ho avuto il colpo di fulmine». E poi i figli, la famiglia, una vita tenuta il più possibile lontana dal rumore del personaggio. Il rumore, però, tornava ogni volta che si parlava della Grande Inter. Mazzola ne fu anima e volto. Una delle immagini resta quella del 27 maggio 1964, al Prater di Vienna. Finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Puskas, Di Stefano e Gento: l’Inter vinse 3-1, Sandro segnò due volte. Aveva 21 anni. A fine partita Puskas gli regalò la maglia numero 10 e gli disse parole che Mazzola aveva già sentito: «Sei degno di tuo padre. Io ci ho giocato contro. Era fortissimo».
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