Due partite, due atteggiamenti differenti. Giovedì 5 marzo, nella mattinata italiana, le calciatrici della squadra femminile dell’Iran hanno ascoltato l’inno nazionale facendo il saluto militare e cantandone le parole, prima di affrontare l’Australia padrona di casa nella loro seconda partita in Coppa d’Asia. Solo pochi giorni prima, lunedì, erano invece rimaste in silenzio, prima di giocare contro la Corea del Sud, e quelle immagini avevano fatto il giro del mondo.

Ci sono state molte speculazioni sul significato del gesto. Alcuni hanno interpretato il silenzio di lunedì come una protesta verso il regime degli ayatollah: la stessa cosa era avvenuta ai Mondiali del 2022 in Qatar, quando era stata la squadra maschile a non cantare l’inno, nel bel mezzo delle proteste per la morte di Mahsa Amini.

Di conseguenza, aver cantato e fatto il saluto militare giovedì sarebbe stata un’imposizione delle autorità di Teheran, come suggerito sul social network X da OpenStadium, un’associazione di donne iraniane che lottano per il libero accesso agli stadi.

Un’interpretazione completamente opposta sostiene invece che sarebbero rimaste in silenzio in segno di lutto per le vittime civili dei bombardamenti statunitensi e israeliani, che ad oggi avrebbero causato più di mille morti secondo la ong Hrana. Solo mercoledì, il giorno prima della partita contro l’Australia, l’attaccante Sara Didar era quasi scoppiata in lacrime, mentre parlava delle preoccupazioni della squadra per la sorte delle famiglie.

La guerra in Medio Oriente ha colpito duramente il mondo del calcio, lo sport più popolare in Iran sia tra gli uomini che tra le donne, che è spesso stato un terreno di confronto politico. Negli scorsi anni, molti dei più noti calciatori ed ex calciatori del paese si sono schierati pubblicamente in favore delle manifestazioni contro il regime. Tra di essi figurano anche due attaccanti passati di recente dalla Serie A, come Sardar Azmoun, oggi allo Shabab Al-Ahli di Dubai, e Mehdi Taremi, attualmente in Grecia all’Olympiakos: entrambi, lo scorso gennaio, avevano condannato la repressione delle proteste popolari.

A inizio settimana, Taremi si è ritrovato anche protagonista di una clamorosa fake news, che in Italia è stata riportata anche da diversi media nazionali, secondo cui aveva deciso di tornare in Iran e unirsi all’esercito. Una notizia smentita sia dall’Olympiakos che dall’agente del giocatore, Federico Pastorello.

Le ripercussioni della guerra

Nel frattempo, il campionato locale è stato sospeso, e i calciatori stranieri hanno lasciato il paese già tra sabato e domenica. L’ispano-marocchino Munir El Haddadi, punta dell’Esteghlal di Teheran con un passato in Barcellona e Siviglia, ha intrapreso un viaggio di 16 ore e 2.000 chilometri per mettersi in salvo, accompagnato in macchina da un autista messogli a disposizione dal suo club.

Entrato in Turchia, è riuscito a raggiungere un aeroporto, da cui poi domenica è tornato in Spagna. Il suo compagno di squadra Duckens Nazon - nazionale haitiano che ha giocato in Inghilterra, Belgio e Turchia - aveva invece scelto un’altra strada, compiendo un viaggio di 10 ore fino al confine con l’Azerbaijan, e da lì prendendo un aereo per la Francia.

La guerra ha paralizzato praticamente tutte le attività sportive in Medio Oriente, alimentando molti dubbi anche in vista dei Mondiali. Non è chiaro, per esempio, come potrà l’Iraq raggiungere il Messico, dove il 31 marzo è atteso allo spareggio contro la vincente della sfida tra Bolivia e Suriname. Molto più in bilico il futuro della nazionale maschile dell’Iran, ufficialmente già qualificata e attesa a giugno da almeno tre partite negli Stati Uniti.

Sabato scorso, all’inizio dei bombardamenti, il presidente della Federcalcio Mehdi Taj aveva detto di considerare «difficile» la presenza della selezione al torneo, data l’attuale situazione.

Dal canto suo, martedì Donald Trump si era espresso a Politico in termini che avranno probabilmente messo in allarme il suo amico Gianni Infantino: «Non mi importa se l’Iran partecipa al Mondiale - ha detto - Penso che sia un paese gravemente sconfitto, sono ormai agli sgoccioli».

Giovedì sera, Trump ha celebrato nuovamente la sua guerra come un grande successo, in occasione dell’incontro con Leo Messi e gli altri giocatori dell’Inter Miami alla Casa Bianca. Nello stesso giorno l’agenzia di stampa ufficiale dell’Iran ha pubblicato le immagini che mostrano la distruzione dell’arena indoor del complesso sportivo Azadi, a Teheran, colpita da un missile. Si trattava di un impianto da 12.000 posti, adiacente allo stadio internazionale Azadi, una struttura da più di 78.000 spettatori che rappresenta uno degli stadi più grandi e importanti di tutta l’Asia.

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