Le 209 triple doppie in carriera di Russell Westbrook, in un’altra epoca, sarebbero state un traguardo irraggiungibile. Per arrampicarsi fino a lì, la point guard di Long Beach aveva dovuto scalare una montagna che a tutti era parsa troppo alta: Oscar Robertson si era issato a quota 181. Per dare un’idea, Magic Johnson si era fermato a 138, LeBron James è a quota 125 (anche se in questo caso il tassametro continua a correre) e Jason Kidd a 107. Ma nella settimana appena conclusa c’è chi, in Nba, ha scollinato quota 200. Russell Westbrook, in cuor suo, lo sa bene, che il suo record è destinato a durare poco.

Nikola Jokić continua a essere un’anomalia nello star system americano. È quanto di più lontano possa esserci da un personaggio “spendibile” come modello, e non perché rappresenti un esempio da allontanare: non cerca lo spettacolo fuori dal campo anche se le sue giocate sono perfette per girare il mondo nei reel; ha costruito la sua intera carriera sull’intelligenza, la capacità di leggere ogni singolo momento del gioco, e non su un atletismo fuori scala.

L’Nba che continua a inseguire la superstar perfetta, temendo il momento in cui calerà il sipario sulla carriera di due icone come LeBron James e Stephen Curry, si ritrova per le mani un animale strano, un fuoriclasse in campo del tutto refrattario alle dinamiche che invece il carrozzone mediatico e commerciale vorrebbe cavalcare.

Lontano dai riflettori

Le conferenze stampa di Jokić rappresentano un esercizio di sottrazione: risposte a monosillabi, battute per certi versi esilaranti pronunciate con un tono impassibile, la totale tendenza a sminuire quanto fatto in campo. L’incarnazione del concetto di understatement.

Negli anni c’è chi ha suggerito che potesse essere una posa studiata, ma il serbo continua a comportarsi come ha sempre fatto. Continua a sbandierare una dimensione lontana dai riflettori, quella in cui ribadisce il suo amore per i cavalli, per le sue scuderie. Conosce e ama i suoi animali, li culla, vi si rifugia non appena il suo lavoro – perché l’impressione è che il basket, per Jokić, sia veramente soltanto questo – glielo concede.

È forse questo che rende il serbo irresistibile ai nostri occhi. Più cerca di allontanarsi dal racconto, più diventa interessante parlare di lui cercando di commentare qualcosa che non sia il singolo highlight, ed è persino complicato farlo perché in campo continua a sfornare giocate capaci di paralizzare il pubblico con una naturalezza che pare a tratti aliena: come riesce un corpo così grande a essere così armonico e a produrre tali meraviglie?

L’indifferenza di Jokić per la celebrità è a modo suo diventata un tratto distintivo potentissimo, soprattutto in una lega dove ogni giocata, ogni dichiarazione, può diventare un marchio. Anche in epoche meno mediatiche di questa, ad alcuni giocatori è bastata una conferenza stampa per dare vita a un tormentone: dal «both teams played hard» (entrambe le squadre hanno giocato duramente, ndr) ripetuto a qualsiasi domanda da Rasheed Wallace ai tempi dei Portland Trail Blazers, fino al leggendario «We are talkin’ about practice» di Allen Iverson, urlato una ventina di volte in pochi minuti quando veniva messa in dubbio la sua dedizione per i Philadelphia 76ers per via di qualche allenamento saltato.

E adesso l’Nba si trova per le mani un fuoriclasse impossibile da trasformare in prodotto. Il giudizio degli altri sembra avere pochissimo peso per il serbo. Non cerca una sfida costante, non sente di avere bisogno di trovare il suo posto nella storia: lo ha già trovato, questo è vero, ma non è animato dall’ossessione che invece ha spinto e spinge altre superstar del gioco. Gli basta scendere in campo, giocare a basket meglio di quasi tutti quelli che lo abbiano fatto prima di lui e poi tornare a casa.

Mistero della fede

Il suo personaggio al di fuori del parquet è così lineare da rendere impossibile addirittura costruire la narrazione opposta, e cioè quella del cattivo, dell’antipatico da odiare a tutti i costi. Anche l’odio, infatti, può diventare senza problemi uno strumento commerciale formidabile. Ma Jokić fatica a fornire persino questa sponda: paradossalmente, sono ben più odiati in Nba i suoi fratelli maggiori, Strahinja e Nemanja, che sul parquet non hanno mai messo piede.

Dalla faida sui social con i fratelli Morris alle tensioni con i tifosi e gli avversari, loro sì rappresentano una potenziale fonte d’odio. Nikola, francamente, se ne infischia. Continua a produrre numeri da videogioco mentre le difese avversarie gli mandano addosso corpi sempre più tirati a lucido, più atletici e aggressivi di lui.

Dominare la lega più votata allo spettacolo del pianeta senza accettarne le regole non scritte: eccolo, in una frase, il mistero della fede di Nikola Jokić, che si limita a fare, benissimo, quello che gli riesce meglio. Senza aprirsi al mondo che lo circonda, senza mai raccontarsi davvero.

Senza fornire a chi vorrebbe renderlo un oggetto da vetrina il minimo appiglio per riuscirci. L’uomo più prezioso per l’Nba è quello che, potendo, se ne andrebbe altrove domani mattina.

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