Dopo aver chiesto la cessione durante il calciomercato estivo e aver incrinato il rapporto con i colchoneros, l'attaccante argentino ha ritrovato il gol e il sorriso. Ora lo attende la sfida più delicata: domenica sera affronterà la squadra che voleva raggiungere davanti ai tifosi che si sono sentiti traditi
«Vorrei chiedere scusa ai nostri tifosi per le parole che ho detto durante i Mondiali. È stato un errore. Anche io mi sarei arrabbiato se fossi stato un tifoso». Questa storia inizia da qui, da quella che è la momentanea fine. A pronunciare questa frase è stato Julian Alvarez, attaccante argentino dell’Atletico Madrid. Ha parlato così lo scorso 24 ottobre, dopo il suo primo gol stagionale che ha regalato alla sua squadra la vittoria contro il Deportivo A Coruña.
Qualche mese prima, durante i Mondiali appunto, aveva chiesto pubblicamente di essere ceduto al Barcellona, definendolo il club dei suoi sogni. In Spagna è stata la telenovela del calciomercato estivo: il Barça faceva offerte, Alvarez chiedeva di andare via, l’Atletico faceva muro. Sul finire del mercato l’argentino ha anche smesso di andare agli allenamenti, fornendo un certificato medico che accertava la sua depressione. Nulla da fare, l’Atletico Madrid non ha mai cambiato idea: Julian Alvarez era considerato incedibile e non è stato ceduto.
Nel frattempo però più di qualcosa è cambiato. I tifosi colchoneros, delusi dal suo atteggiamento, hanno iniziato a fischiarlo, mentre Julian ha perso il sorriso. In ogni immagine, in ogni inquadratura il suo sguardo appariva spento. La frattura fra il giocatore, il club e i suoi tifosi sembrava insanabile. Alvarez continuava ad allenarsi, a viaggiare con la squadra, a giocare spezzoni di gara, ma dava la sensazione di essere lì solo con il corpo, non con la mente né con il cuore, un elemento fondamentale nel calcio del suo allenatore Diego Simeone e nella filosofia Atleti. Eppure, con il tempo, qualcosa ha ripreso a cambiare. Con il passare delle settimane Alvarez ha ripreso a giocare con più continuità, si è riabituato all’idea di essere un giocatore dell’Atletico, ha ritrovato il gol e poi il sorriso.
Rinascere dalle proprie vulnerabilità
Per raccontare questi mesi così travagliati e pieni di cambiamenti, la rivista spagnola Panenka ha paragonato Julian Alvarez a Gregor Samsa, il protagonista de La Metamorfosi di Franz Kafka. Effettivamente, proprio come nel libro anche l’attaccante argentino si è improvvisamente trovato solo e diverso dall’idea che aveva di sé stesso. Da stella indiscussa dell’Atletico era diventato un giocatore marginale, quasi irriconoscibile ai suoi stessi occhi e a quelli di chi, fino a pochi mesi prima, lo considerava uno dei simboli della squadra rojiblanca.
Come Samsa, si era ritrovato a fare i conti con un’identità che non riconosceva più, ma tra i due c’è una differenza importante: mentre il protagonista di Kafka non riesce a trovare un posto nel mondo dopo la sua trasformazione, Alvarez ha la possibilità di riscrivere la propria storia. E forse è proprio qui che la metamorfosi di Alvarez assume un significato diverso.
Fin da bambino Julian è stato soprannominato araña, ragno. Quando giocava per strada con i fratelli e gli amici «sembrava avesse tante gambe, proprio come un ragno, era piccolissimo ma non riuscivano a togliergli il pallone», ha raccontato il padre Gustavo. Un soprannome che lo ha accompagnato per tutta la carriera, fino a diventare il suo marchio di fabbrica, anche nell’esultanza con il gesto di Spider-Man. E proprio i ragni possono offrire un’altra chiave di lettura della sua storia. Non subiscono una metamorfosi come quella degli insetti, ma crescono attraverso successive mute: abbandonano il vecchio esoscheletro per svilupparne uno nuovo, più grande e più forte.
È un processo delicato, durante il quale restano particolarmente vulnerabili, ma necessario per continuare a crescere. Una metamorfosi che racconta anche l’ultimo film dedicato all’Uomo Ragno, Spider-Man: Brand New Day. Peter Parker, solo e scoraggiato, si trova ad affrontare una trasformazione fisica che non riesce a controllare: i suoi poteri cambiano, il suo DNA sembra mutare e il confine tra uomo e ragno diventa sempre più sottile. Una trasformazione che inizialmente lo mette in difficoltà, ma che si rivelerà necessaria per affrontare nuove sfide.
Nel film, la trasformazione viene descritta proprio come una sorta di rinascita: non si può diventare qualcosa di nuovo senza attraversare una fase di vulnerabilità. E anche per Alvarez è andata proprio così. Ha dovuto fare i conti con un’immagine diversa di sé, con la perdita di certezze e con un rapporto da ricostruire. Non è ancora detto che la sua metamorfosi sia conclusa, né che il perdono dei tifosi sia definitivo. Ma il gol al Deportivo e le scuse pubbliche sono stati un primo passo.
Il prossimo, difficilissimo, ha un sapore tutto speciale. Questa domenica allo Stadio Metropolitano arriva il Barcellona per sfidare l’Atletico. Alvarez dovrà affrontare davanti ai suoi tifosi la squadra per cui voleva lasciarli. Per lui non sarà soltanto una partita, ma un nuovo passaggio della sua metamorfosi. Forse l’ultimo. Perché sembra essere l’occasione perfetta per dimostrare di aver davvero ritrovato sé stesso e il proprio posto, non più con le parole ma con i fatti.
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