«Di incontri è fatta la nostra vita. Lo dico sempre, l'ho detto prima a me e poi lo dico a chi si rivolge a me chiedendomi una mano. La vita è fatta di incontri». Giorgio Cerizza inizia a raccontare così la storia della squadra di calcio che ha creato. Una squadra nata «da un'idea e da un incontro», una squadra che abbraccia, incontra, apre. Questo è Nazionale solidale, la squadra azzurra di street soccer che partecipa alla Homeless World Cup e che accoglie al suo interno persone che vivono o hanno vissuto condizioni di homelessness, disagio abitativo, dipendenza, marginalità o grave fragilità sociale.

L’incontro di cui parla è quello con Emiliano Mondonico, storico allenatore di Torino, Atalanta, Napoli, Cremonese, «che ha sentito parlare di me. Ha bussato alla porta del mio studio e mi ha detto: "Senti, posso dare una mano per quello che fai?”». L’idea, invece, è quella di unire due mondi, due spazi.

Anzi, due camere: «La camera in cui si fa terapia, dove si riflette, si cerca di capire, e la camera dove ci si allena, il campo da gioco – spiega a Domani lo psichiatra e psicoterapeuta – dove ci si guarda, si lavora, si fa esperienza concreta di tutto quello che è stato affrontato nella stanza delle riflessioni, dove si può rinascere, si può riprendere in mano e ricostruire la propria esistenza».

Credit Photo: Nazionale solidale
Credit Photo: Nazionale solidale
Credit Photo: Nazionale solidale

Quelle due camere le conoscono bene i calciatori della Nazionale Solidale, ragazzi che hanno vissuto un trauma, una difficoltà e che spesso hanno trovato una soluzione veloce, falsa, illusoria nel consumo di sostanze. Ragazzi che sul campo da calcio inseguono non solo il gol, ma la fiducia nell’altro e, prima di tutto, in sé stessi. «Cerco sempre di far immaginare il pallone come la persona: la palla rappresenta te e la tua vita. Devi raggiungere un obiettivo, che guarda caso in inglese si dice goal, e per raggiungerlo devi faticare, devi aspettare, devi capire che da solo non fai assolutamente nulla, che hai bisogno degli altri. Tempo e fatica: sono questi i primi due concetti che servono per il lavoro terapeutico».

Mentre spiega, lo sguardo del dottor Cerizza è concentrato, fisso su un punto indefinito, la mano che si muove per dare forza alle parole, per sottolineare i passaggi chiave. Sono mani, occhi e parole di chi sa quanto lavoro, quanta fatica ci siano dietro un progetto di questo tipo, di quanto tempo e risorse ci siano da dedicare.

Dal lontano 2002

Così racconta dell’associazione L’Approdo, dove tutto è iniziato nel 2002, degli allenamenti a Milano, al Centro Minerva, del campo da street soccer donato dalla troupe cinematografica di “The Beautiful Game”, film del 2004 di Thea Sharrock che racconta l’avventura di una squadra di calcio nella Coppa del mondo dei senzatetto.

Un torneo che la Nazionale Solidale conosce bene e per il quale ha girato il mondo: Amsterdam, Glasgow, Cardiff, Seoul, Oslo. Il prossimo è in Messico, nel 2027, ma ora la squadra si trova in Bulgaria per la rassegna Unity in Motion, un progetto europeo finanziato dal programma Erasmus+, che utilizza il calcio come strumento per abbattere le barriere sociali, promuovere l’inclusione e favorire la parità di genere.

Giorgio Cerizza (Credits: Nazionale solidale)
Giorgio Cerizza (Credits: Nazionale solidale)
Giorgio Cerizza (Credits: Nazionale solidale)

«Ma intanto il nostro impegno va avanti tutti i giorni – continua a raccontare Cerizza – grazie a uno staff composto da chi precedentemente è stato giocatore. Ci riuniamo una volta a settimana e tutti coloro che partecipano agli allenamenti partecipano anche a un gruppo di psicoterapia sul trauma, un luogo di incontro dove si discute insieme, si parla di sé».

Questione di emozioni

Impegno, fatica, attesa, lavoro sul campo. Ma dietro l’avventura di Nazionale Solidale non c’è solo la pratica. Ci sono soprattutto le emozioni. Quelle che trasmettono le parole di Marco Salvatore, ieri calciatore, oggi membro dello staff: «Un ricordo che mi porto dentro è quello che ho vissuto tre anni fa, in un torneo in Polonia. Non ero un titolare, anche perché non sono un fenomeno. Ero in panchina. E ho sempre vissuto male, nella mia vita, il fatto di essere messo da parte. Ne ho parlato con il dottore, abbiamo ragionato sul ruolo che potevo avere anche fuori dal campo, essere importante lo stesso, dare un contributo alla squadra. Per me è stato un momento di crescita, per questo sono rimasto all'interno della Nazionale: per riuscire a dare agli altri quello che ho vissuto io».

A questo punto anche gli occhi del dottor Cerizza si commuovono, mentre riavvolge il nastro dei ricordi: «Quante volte ho visto scattare, per un gol, una stima che era stata persa, una visione di sé stessi che si era smarrita. Mi viene in mente una partita del Mondiale di Seoul, c'era un ragazzo che non sapeva nulla di calcio. Lo abbiamo portato comunque. Non ho mai visto una preparazione così intensa, una volontà così forte. Nella partita contro il Giappone vinciamo con un suo gol. Abbiamo pianto tutti, indistintamente. Lì ho visto il nostro obiettivo concretizzarsi: ridare alla persona la fiducia in sé».

Una fiducia che è difficile, forse impossibile, ritrovare da soli. Ma per farlo a volte basta un gol, una partita, un incontro. Anche con una squadra di calcio. Uno di quegli incontri di cui è fatta la vita. Uno di quegli incontri che la vita te la può anche cambiare.

© Riproduzione riservata