«Ogni disciplina richiede qualcosa: un pallone, un paio di scarpini, parastinchi, una rete. Tutte cose che hanno un costo e che, sommate, possono impedire a un bambino di iniziare a giocare», ci dice Sara Blau, ideatrice della no profit di New York. In dieci anni ha donato oltre centomila articoli sportivi
New York – Per giocare a calcio non è mai servito uno stadio. Il più delle volte basta un pallone e due zaini usati come porte. Ma c’è un dettaglio che spesso passa inosservato e che, per migliaia di bambini, fa la differenza tra scendere in campo o restare a guardare: l’attrezzatura sportiva.
Mentre negli Stati Uniti il Mondiale continua ad alimentare l’entusiasmo per il soccer, c’è chi prova a trasformare questa passione in un’opportunità concreta. È quello che fa Game Changers New York, organizzazione no profit nata nel 2016 che raccoglie e ridistribuisce gratuitamente attrezzature sportive usate a organizzazioni che lavorano con ragazzi provenienti da contesti svantaggiati. In dieci anni ha donato oltre centomila articoli sportivi a più di 150 associazioni in quattordici paesi.
Privilegi riconosciuti
L’idea nasce quando Sara Blau è ancora una studentessa delle superiori. Dopo un’infanzia trascorsa tra campi da gioco e palestre, si rende conto che ciò che per lei è sempre stato normale rappresenta invece un lusso per molte famiglie.
«Solo crescendo ho capito che poter praticare sport era un privilegio», spiega a Domani. «Ogni disciplina richiede qualcosa: un pallone, un paio di scarpini, parastinchi, una rete. Tutte cose che hanno un costo e che, sommate, possono impedire a un bambino di iniziare a giocare».
Da quella riflessione prende forma un progetto semplice: recuperare il materiale sportivo che famiglie, società e centri sportivi non utilizzano più e farlo arrivare a chi, senza quell’aiuto, non potrebbe permetterselo. Prima nello Stato di New York, poi in tutto il paese e infine all’estero.
Nel corso degli anni Game Changers ha collaborato con organizzazioni in quattordici paesi. E se le difficoltà cambiano da un luogo all’altro, una costante rimane: l’accesso allo sport dipende spesso dalla disponibilità di attrezzature.
«Ho visitato una delle nostre organizzazioni partner a Nairobi», racconta Blau. «Avevano a malapena un campo su cui giocare: solo un pezzo di terra con pochissima erba. Erano incredibilmente grati di ricevere palloni, parastinchi o guanti da portiere».
Tra le prime destinazioni raggiunte dall’organizzazione anche un campo profughi in Giordania. Dopo la consegna del materiale sono arrivate le fotografie delle bambine che giocavano indossando l’hijab, con in mano i palloni e le borracce ricevute. «Quelle immagini ci hanno fatto capire ancora di più quanto sia importante offrire opportunità sportive ai bambini e soprattutto alle bambine che vivono in contesti difficili. In un campo profughi lo sport può diventare uno sfogo, uno spazio di normalità».
L’eredità del Mondiale
Nell’anno in cui gli Stati Uniti ospitano la Coppa del Mondo, la crescita del calcio è sotto gli occhi di tutti. Gli stadi sono pieni, aumentano gli iscritti alle scuole calcio e il soccer continua a conquistare spazio in un paese tradizionalmente dominato da football americano, basket e baseball. Ma, secondo Blau, il problema dell’accessibilità non è cambiato.
«L’attrezzatura sportiva è sempre stata una barriera», spiega. «Per una famiglia che fatica ad arrivare a fine mese non rappresenta una necessità immediata. Eppure lo sport porta benefici enormi, dal punto di vista fisico ma anche della salute mentale. Insegna leadership, collaborazione e permette ai bambini di stare insieme».
La fondatrice è convinta che eventi come il Mondiale possano comunque lasciare un segno. «Quando una grande manifestazione arriva nel tuo paese, è naturale che più persone abbiano voglia di prendere un pallone e iniziare a giocare», dice. «E il calcio, rispetto ad altri sport come l’hockey su ghiaccio, richiede molto meno equipaggiamento. In molti casi basta davvero un pallone, un piccolo spazio e una porta improvvisata».
Per rendere questo meccanismo ancora più efficace, l’organizzazione ha appena lanciato una piattaforma online che mette direttamente in contatto chi vuole donare con le associazioni che hanno bisogno di materiale. I donatori inseriscono gli articoli disponibili, mentre le organizzazioni partner possono richiederli gratuitamente attraverso un sistema verificato che segue l’intero processo fino alla consegna.
«La cosa più gratificante è vedere le fotografie dei bambini che usano quell’attrezzatura e sentire dalle organizzazioni quanto sia stata utile», conclude Blau. «È in quel momento che capisci che tutto il lavoro è servito davvero».
Nel paese che sogna di trasformare il calcio in uno degli sport del futuro, l’eredità del Mondiale dovrà passare anche da qui: rendere il calcio non solo più popolare, ma anche più accessibile.
© Riproduzione riservata