I quattro ori e i quattro argenti conquistati a Hong Kong rilanciano una disciplina che continua a rigenerarsi attraverso nuovi maestri, vertici federali diversi e una cultura dell’eccellenza costruita fin dall’infanzia. Così il nostro movimento ritrova fiducia in vista di Los Angeles 2028, soprattutto nel fioretto, senza tradire la sua storia
«La scherma costituisce una scienza esatta, come la matematica, in cui la somma di determinati fattori conduce inevitabilmente allo stesso risultato». Sono le parole di Jaime Astarloa, il protagonista di Il maestro di scherma, l’avvincente romanzo di Arturo Perez Reverte che è forse l’opera narrativa più nota fra stoccate e parate. Il problema è che quei «determinati fattori» sono maledettamente tanti e allora per arrivare sempre allo «stesso risultato» c’è sempre un’alta montagna da scalare.
Forse certe volte uno se lo dimentica e così un successo o una medaglia nella scherma, lo sport più vincente a livello di Olimpiadi dello sport italiano, fa meno notizia. Maledizione di chi è in qualche modo condannato a vincere dal suo stesso curriculum. L’Italia lo sa: negli ultimi Giochi, a Tokyo 2021 (prima volta senza ori dal 1980, “solo” tre argenti e due bronzi) e a Parigi 2024 (un oro con le ragazze della spada, tre argenti e un bronzo) l’ha fatto meno di altre volte ed è sembrata una mezza disfatta. Scherzi di una tradizione prodigiosa. Ora, però, guardiamo alle Olimpiadi, l’appuntamento è fra due anni, con tanta fiducia. E il merito è anche dei Mondiali che si sono appena conclusi a Hong Kong con un netto passo avanti dell’Italia in pedana rispetto alla rassegna iridata di un anno fa a Tbilisi.
Vecchio nuovo Dream Team
Qui l’Italia in pedana s’è presa un bel po’ del medagliere, conquistando quattro primi posti e quattro secondi e vincendo nettamente la graduatoria delle presenze sul podio per nazioni, dove tutte le altre si sono fermate a un solo oro. Merito soprattutto del fioretto, che è il nostro storico punto di forza: tre ori, due al femminile con Martina Favaretto, vincitrice dell’individuale e a squadre con le sue compagne Martina Batini, Anna Cristino e la veterana collezionista di successi Arianna Errigo, che aveva perso in finale il derby con la compagna conquistando comunque l’argento.
A 38 anni, la lombarda che ormai da anni si allena in uno degli spazi più rinomati della scherma, a Frascati, porta avanti un testimone d’autore, quello che ha viaggiato sui fioretti delle grandi interpreti della specialità, da Giovanna Trillini alla primatista di vittorie Valentina Vezzali, senza dimenticare i successi dell’olimpionica Elisa Di Francisca e quello mondiale di Margherita Granbassi. Il vecchio nuovo Dream Team ha battuto nettamente gli Stati Uniti e così il Mondiale s’è chiuso in bellezza.
L’Italia s’è presa pure altri due ori a squadre. Il fioretto uomini – il quartetto era formato da Guillame Bianchi, Filippo Macchi, Tommaso Martini e Tommaso Marini - è andato a segno con una stoccata di margine proprio con i padroni di casa di Hong Kong. Fra i quali c’era Cheung Kai Long, mito della disciplina, campione olimpico a Tokyo e a Parigi, in quest’ultimo caso proprio ai danni dell’azzurro Macchi in un assalto molto contrastato (e contestato). E la spada a squadre – c’erano Rossella Fiamingo, Alberta Santuccio, Giulia Rizzi e Gaia Caforio - ha fatto lo stesso ribadendo la supremazia esibita a Parigi due anni fa.
Cambiare per vincere ancora
Insomma, nonostante l’allargamento della geografia di questo sport, l’Italia si riporta ancora una volta in cima al mondo. Dopo aver un po’ rimescolato le carte. Dall’inizio del 2025, alla guida di una federazione che conta 24mila tesserati, c’è Luigi Mazzone, neuropsichiatra, uno dei più grandi specialisti della ricerca sul disturbo dello spettro autistico (peraltro la scherma è sicuramente uno degli sport paralimpicamente più forti, come dimostra la storia di Bebe Vio), ex spadista con l’idea di mettere insieme una nuova vocazione per aumentare la pratica diffusa della scherma senza smettere però di vincere.
Con il suo avvento, sono cambiate le guide tecniche, anche nel fioretto con il discusso cambio dal plurititolato Stefano Cerioni a Simone Vanni, ma i risultati hanno dato ragione al nuovo corso. Quanto all’idea di una scherma alla portata di tutti, la direzione è più che apprezzabile ma inesorabilmente complicata. Questa è una disciplina dove l’agonismo arriva molto presto: se negli under 8 e negli under 10 si parla di attività promozionale, già dagli 11 anni comincia l’agonismo Under 14 con il Gran Premio Giovanissimi. Il percorso è lungo e pieno di ostacoli, anche il rapporto con il maestro, figura chiave di ogni traiettoria agonistica, è fatto di grandi complicità ma anche di improvvise durezze. Si comincia a fare i conti con classifiche e graduatorie piuttosto presto.
La vocazione vincente dell’Italia, però, sembra non venire mai meno. Può appannarsi un po’, ma poi si ripresenta in pedana. Per dire, Martina Favaretto si entusiasma di fronte all’oro nella spada conquistato dal suo conterraneo Matteo Tagliariol alle Olimpiadi di Pechino 2008, da lì comincia il suo lungo viaggio verso il vertice in compagnia del maestro Mauro Numa, che di ori pure lui se ne intende visto che ne conquistò due, nell’individuale e a squadre, a Los Angeles (proprio la città dove torneranno i Giochi nel 2028) nel lontano 1984.
Lo spirito di emulazione comincia presto perché a volte giovanissime aspiranti si trovano a condividere lo spazio di un impianto con affermate campionesse. Allenarsi significa dunque anche apprendere un qualcosa con gli occhi e trasformarlo lungo percorsi che però sono spesso molto lunghi. Più di qualche volta c’è il rischio di scoraggiarsi, ma subito dopo prevale una sorta di attaccamento al gesto, ai riti, alla fatica nel ricorrere la famosa stoccata perfetta. Insomma, “è dura ma non posso farne a meno”. Una lunga marcia che solo per pochi finisce con la medaglia.
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