Minacciato sul piano emotivo-comunicativo-commerciale dalla prepotente esplosione di Kimi Antonelli in Formula 1 e dal possibile (possibile) re-innamoramento degli italiani per la Nazionale di calcio seguente alla possibile (possibile) qualificazione ai Mondiali, Jannik Sinner deve cambiare prospettiva. Non è più lui l’enfant prodige dello sport italiano o, se resta indubitabilmente un prodige, non appartiene più alla categoria degli enfants. E la considerazione è attualissima soprattutto dopo la vittoria di Miami che ha permesso a Jannik di centrare il Sunshine Double (Indian Wells+Miami) senza nemmeno perdere un set.

Il successo in finale su Lehecka (6-4 6-4) è apparso ineluttabile praticamente da subito tanto che l’unica incognita del match riguardava quando il match si sarebbe concluso, viste le piovose condizioni meteo. Tutte le considerazioni sul Sinner-in-crisi seguenti alla sconfitta di Melbourne contro Djokovic e a quella di Doha contro Mensik si sono dissolte come neve al sole primaverile: lo spagnolo ha dato segni di profondo stress psicologico che ha cercato di lenire con la pratica del golf e gridando al mondo il suo desiderio di tornarsene a casa e chiudere lì la questione.

Vincere non basta più

Jan ha vinto più o meno passeggiando i primi due tornei 1000 dell’anno, ha giocato a lungo a golf pure lui sotto gli occhi attenti e prodighi di consigli di Greg Norman lasciando prefigurare che in futuro la rivalità tennistica fra lui e lo spagnolo potrebbe spostarsi anche sui green e pure a qualcosa di più che a un livello amatoriale.

Eppure dopo questa doppia passeggiata di salute nordamericana Sinner torna in Europa con la consapevolezza che il mondo sta cambiando. Il suo e il nostro. Sarà anche per questo che si cimenta nel golf con sempre maggiore cura del dettaglio. Per mantenere viva la sua leadership nazionale Jan è conscio di dover alzare ulteriormente l’asticella, Duplantis docet, perché vincere non basta più. La realtà è che se Alcaraz lo batte o se perde qualche altra partita qui e là salta subito fuori qualcuno che urla alla fine del fenomeno.

Se vince in modo clamoroso come negli Stati Uniti l’emozione che suscita è meno travolgente, si passa immediatamente oltre come se si fosse assistito a qualcosa di tutto sommato prevedibile. E pensare che Sinner negli States ha fatto vedere un sacco di cose bellissime che lo collocano decisamente all’esterno di un ipotetico insieme che raccoglie i giocatori noiosi: autorevolezza a rete, passanti micidiali, dropshot efficaci anche se giocati con i piedi posizionati in modo non ortodosso.

Ma non basta più a mantenere quel livello di visibilità e di entusiasmo suscitato a cui ci eravamo abituati. Bisogna (dovrà lui) inventarsi qualcos’altro.

Epigoni ed esempi  

Non che l’impresa sia impossibile. Oggi Sinner è comodamente seduto su una sorta di trono dell’Olimpo riservato a un sovrano del mondo dello sport italiano. Se Federica Brignone compie miracoli alle Olimpiadi lui è il primo a congratularsi. Se Antonelli vince due Gp di fila, lui che è ambassador della Formula 1 telefona a Kimi subito per congratularsi. Sarà pure restìo, il Sinner, ad andare da Sergio Mattarella quando viene convocato al Quirinale: ma del presidente della Repubblica ha acquisito le movenze e i tempi. Lui è il punto di riferimento, il capofila di un movimento che comprende tutti gli altri sport che non sono il suo. Ma per mantenere questo ruolo vincere non basta più. C’è bisogno di un salto in avanti.

Per un campione del ciclismo, ad esempio, l’operazione è più facile. Se sei Tadej Pogacar e non hai vinto la Sanremo ti inventi il miracolo, la resurrezione dopo la caduta, vai e vinci: superi il limite. Nello sci quel senso del limite Brignone lo ha abbattuto per sempre vincendo due ori olimpici con una gamba sola. E ci sono pure quelli che dal limite vengono abbattuti: la coincidenza del caso Woods-Vonn ha dell’incredibile.

Già compagni di vita in un momento in cui Tiger lottava per tenersi a galla i due sono stati colpiti dalla sorte sulle proprie debolezze a poche settimane di distanza l’uno dall’altra: Lindsey Vonn sfasciandosi la gamba nel tentativo di superare il suo limite gareggiando con un ginocchio rotto e Tiger Woods è ripiombato negli antichi incubi facendosi beccare in “stato di alterazione” mentre guidava l’auto ed era coinvolto in un incidente.

Ma dato che Sinner sta bene come un pesce non avvelenato dalle microplastiche, le supercar le guida con attenzione e le sue articolazioni per quanto affaticate sono sane, che può fare per restare seduto sull’Olimpo?

L’incognita della terra rossa

Intanto vincere sulla terra che è la superficie che oppone maggior resistenza ai suoi tempi di gioco. Montecarlo-Roma-Parigi ovvero il torneo di casa, quello che rappresenta una vetta assoluta per chi vive in Italia e poi lo Slam che l’anno scorso gli ha presentato il conto più salato con la sconfitta contro Alcaraz nella partita più bestiale dell’anno.

Ma non basta, non può bastare. Per rintuzzare la concorrenza di Kimi e (forse) del calcio che torna ai Mondiali, Jan sa di dover diventare qualcosa di più, un giocatore-manager capace ad esempio di portare il tennis davanti a platee cui solo Federer e Nadal hanno avuto la possibilità di esibirsi. Riempire San Siro finché è in piedi, ad esempio, per il torneo su erba che Milano ospiterà nel prossimo futuro.

Chissà magari battere Alcaraz sul campo del Bernabeu, se mai si giocheranno lì partite vere del torneo di Madrid e non solo allenamenti come è stato annunciato quest’anno. Sul piano tennistico ci sono l’oro olimpico e quell’altro traguardo assoluto che porta sfortuna solo a nominarlo (Djokovic ne sa qualcosa) che però per quest’anno è discorso andato, fortunatamente. Se ne riparlerà. A Re Sinner non basta più solo vincere: e forse è questa la partita che più lo appassiona al momento. Altro che battere Lehecka.

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