Quest’anno in Italia sono stati uccisi 327 pedoni, 9 soltanto nell'ultima settimana. Più di uno al giorno. Da gennaio a oggi 40 bambini sono rimasti vittime di scontri stradali. Uno alla settimana. Quanto ai ciclisti, la contabilità è di 185 dall’inizio dell’anno, l’ultimo era un turista straniero a Bussolengo, domenica. Il 22 settembre a Torino Nicolò Di Ciò, un bimbo di 7 anni, è stato ucciso da un’automobilista mentre stava andando a scuola in bicicletta insieme al suo papà. «Siamo assuefatti a questi dati, nessuno ci fa caso: la consideriamo una fatalità, diamo per scontato che sulla strada si può morire. In realtà, e lo dico con tutto il rispetto per le vittime, è uno dei modi più stupidi di morire nel 2026». A dirlo è Francesca Chiodi, presidente del Movimento diritti dei pedoni e coordinatrice di Rime, la Rete italiana mobilità equa.

I dati sono chiari: questa è un’emergenza nazionale, la violenza stradale è la prima causa di morte nella fascia di età 5-29 anni. Eppure il tema è sottovalutato, anzi nascosto. E ignorato dalla politica. «Se i cittadini non si ribellano, se non richiedono che si affronti il problema, la politica preferisce non occuparsene», è la constatazione di Stefano Guarnieri, presidente della Onlus nata nel 2010 nel nome di suo figlio Lorenzo, ucciso a Firenze a 17 anni e mezzo da un uomo che guidava dopo aver assunto alcol e droga.

ANSA
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Guarnieri è una delle persone a cui dobbiamo l’introduzione del reato di omicidio stradale, dieci anni fa. «I tempi sono lunghi, se guardiamo a com’eravamo dieci o quindici anni fa miglioramenti ce ne sono stati. Certo che è paradossale: manca la velocità proprio dove dovrebbe esserci. E la sicurezza non porta voti, almeno questa sicurezza». E infatti nel dossier del Viminale uscito a Ferragosto si parla di infinite declinazioni della sicurezza, dai femminicidi al traffico di stupefacenti, dalla lotta al terrorismo internazionale alla sicurezza informatica e cibernetica, dalle truffe agli anziani al sostegno alle vittime di racket e usura, ovviamente degli sbarchi. Neanche un accenno alla sicurezza sulle strade.

Questione di cultura

Marco Scarponi è l’anima della fondazione intitolata a suo fratello Michele, il campione di ciclismo ucciso da un compaesano alla guida di un furgone mentre si stava allenando per il Giro d’Italia: il prossimo aprile saranno passati dieci anni. Da allora Scarponi porta nelle scuole di tutta Italia il tema della condivisione della strada e l’attenzione agli utenti fragili. «Ma non dobbiamo commettere l’errore di delegare alle scuole, le scuole non hanno il potere di cambiare tutto questo. In Italia la cultura di base non prevede l’altro. Questa mentalità si combatte con l’educazione. Paradossalmente sono gli adulti quelli che andrebbero educati: sono loro che guidano, loro che non trasmettono un modello sano, loro che non rispettano le regole. L’esempio è decisivo».

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I ragazzi sono spesso diversi dai loro genitori: oggi la metà non prende la patente fino ai 25 anni, c’è un crollo nelle vendite dei ciclomotori che è indicativo. Le nuove generazioni, attente alla sostenibilità, quando possono ritardano il loro ingresso sulla strada.

Francesca Chiodi, alla testa del Rime, ha partecipato alle consultazioni al ministero dei Trasporti per il nuovo Codice della strada, ed è estremamente critica. «Questo Codice ci renderà un paese peggiore e renderà peggiore la convivenza sulle strade. Ci troviamo di fronte alla mancanza generale di politiche di riforme e di investimenti che tutelino le persone nelle scelte di mobilità. Il trasporto pubblico è stato pesantemente definanziato, è un segnale. Abbiamo il più alto tasso di morte a piedi e in bici per km percorso. Le vittime sono tantissime, ma sono anche la punta dell’iceberg: i comportamenti sono pericolosi, la mobilità è la porta di tutti i diritti, se abbiamo paura perdiamo la possibilità di scegliere».

Tutelare i più fragili

Rime si sta preparando a una fase di mobilitazione per raccogliere la rabbia delle persone e portarla davanti alle istituzioni. «Gli italiani meritano un modello diverso che dia maggiori diritti a tutti. Il nuovo Codice ci consegna norme che alimentano la violenza anziché sostenere la prevenzione, ribalta i principi guida declassando la salute e la mobilità sostenibile in favore della libertà di circolazione».

Un codice che va contromano. «È scritto per i veicoli, ma sono le persone che si muovono. È una corsa agli armamenti in cui ci sentiamo sicuri solo in auto». Un esempio? Le norme che regolano il comportamento dei pedoni. «Sulle strisce si introduce l’obbligo del pedone di essersi assicurato che il conducente lo abbia visto e gli stia effettivamente dando la precedenza». Chi è vulnerabile è obbligato per legge a difendersi, è un concetto grave.

All’estero, al contrario, le norme vanno nella direzione di una reale tutela dei più fragili. In Spagna è entrata in vigore il 1° ottobre la nuova legge che definisce ufficialmente l’utente vulnerabile come colui che rischia lesioni più gravi in caso di incidente a causa del mezzo che usa o della sua età. Una riforma che mette al centro la sicurezza di chi pedala. Chiodi sospira: «Sulla mobilità abbiamo una base culturale fortemente autocentrica, le persone sono sensibili all’uso dell’auto anche indiscriminato, e la politica non è abbastanza coraggiosa». E dire che il 50 per cento degli spostamenti in auto è sotto i due chilometri, una distanza che nella maggior parte dei casi si potrebbe coprire a piedi.

Se la velocità è pop

Da dieci anni esiste la legge sull’omicidio stradale, anche se l’applicazione non è sempre esemplare. Guarnieri è un uomo molto paziente. «C’è ancora tanto lavoro da fare culturalmente, la percezione della gravità e le pene conseguenti sono legate all’uso di alcol e droghe. La percezione di gravità sugli altri casi, compresa la velocità, è invece il vero vulnus. Si cerca sempre la colpa della vittima, gli stessi giudici non li percepiscono come omicidi stradali ma come incidenti, è un fatto di linguaggio e di cultura. Sotto questo punto di vista l’applicazione che viene fatta della legge è totalmente deficitaria».

Se vai in strada devi mettere in conto che puoi morire, che rischi di non tornare a casa. Si tende a minimizzare anche il costo sociale di questa piaga. Ancora Guarnieri: «Si parla di 18 miliardi di euro, ma sono probabilmente più del triplo. In Inghilterra, con la metà dei nostri morti, il costo è di 55 milioni di sterline, circa 65 milioni di euro. Con le norme e basta non fai niente: bisogna investire in un cambiamento culturale, metterci soldi e tempo. Parliamo tanto e giustamente di quanto può essere pericolosa l’Ia, poi abbiamo un’industria che fa 1,8 milioni di morti l’anno e non la regoliamo».

Se diciamo che è questione di cultura non è un modo di dire. Provate a guardare gli spot delle auto, che ci presentano la velocità come privilegio, lusso, bellezza, libertà. «Poi gli dici che devono andare ai 30 e non ci stanno. In Italia c’è questa narrazione pop della velocità. A questo si aggiunge il mondo dell’alcol, guardi la pubblicità e sembra che bere sia quasi doveroso, le nostre menti sono condizionate».

Uno spiraglio Guarnieri lo vede. «L’unico mondo che sta crescendo è quello della bici, c’è un movimento, una moda, una piccola industria. Forse possiamo partire da lì per sgretolare queste abitudini». Scarponi raccoglie l’assist. «Chi va in bici oggi può tentare di dare nuove carte, non a caso i ciclisti sono bersaglio di una narrazione violenta e di gesti sconsiderati: perché portano un nuovo modo di vivere la strada, più lento. Ora devono unirsi, mettersi insieme sulle stesse battaglie». E fermare la guerra quotidiana sulle strade.

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