Vent’anni fa c’era un’aria sbarazzina, a Torino. Il 6 febbraio era una di quelle giornate in cui il vento freddo cristallizza i contorni delle persone e delle cose e alle narici arriva l’inconfondibile profumo di neve. Lo stadio ex Comunale ora dedicato alla squadra granata degli Invincibili era avvolto dal silenzio. Del resto, dal momento che parliamo di Torino, certo non c’era da attendersi che intorno ci fosse il carnevale di Rio, concetto che poche ore prima di quella cerimonia inaugurale ben aveva fissato l’allora sindaco Sergio Chiamparino: «Non è che perché ci sono le Olimpiadi dobbiamo diventare Napoli. Resteremo Torino».

E fu proprio quella, vista oggi quando 20 anni sono passati dal primo vagito dell’Olimpiade subalpina e quando quella di Milano-Cortina sta per emetterlo, la carta vincente.

Una città alla ricerca di futuro

Torino 2006 fu l’Olimpiade invernale che forse più di ogni altra è stata il traguardo di un’epoca e il punto di inizio di un’altra. Ma tutto avvenne quasi sottovoce, come sottovoce i torinesi sussurravano i loro timori e le loro certezze prima che il grande carrozzone olimpico avesse inizio.

In ballo non c’era solo la riuscita o meno delle gare e del loro contorno; ma anche il guardare in faccia la realtà e il prendere atto se la città davvero avesse avuto la forza di chiudere il capitolo di città-industria-laboratorio, la città in cui i ritmi di vita delle persone seguivano quelli della fabbrica, quella dei corsi deserti a Ferragosto in cui Massimo Campi, nell’ultima sequenza della “Donna della domenica” di Comencini cerca un taxi, non lo trova e viene soccorso da Jacqueline Bisset ansiosa di riprendere la discussione sul fatto che la corretta pronuncia sia “Boston” o “Baston”.

La città era col fiato sospeso non per sapere se Giorgio Rocca avrebbe vinto lo speciale (saltò alla quinta porta) o quante medaglie si sarebbe messo al collo Enrico Fabris, che quel 6 di febbraio solo un manipolo di appassionati dello speed skating sapevano chi fosse. La città tratteneva il respiro perché di lì a poco avrebbe capito se avrebbe avuto un futuro. Mica cotiche.

Ciò che Milano-Cortina dovrebbe augurarsi è imparare da quell’esperienza e di riuscire a replicarla, aggiornando quello spirito di meravigliosa eccezionalità. Quell’afflato di rinnovamento sociale che l’Olimpiade portò nella città più compassata d’Italia. Quel senso di aver compreso che un futuro ci sarebbe stato.

Magari senza ancora avere piena consapevolezza dei suoi connotati; ma vuoi mettere che bello provare una consapevolezza del genere. A Milano non si può non augurare di vivere non la celebrazione di sé stessa, ma 15 giorni di sguardo su un futuro migliore. Che detto così può sembrare una banalità hippie, ma quei giorni torinesi dimostrarono che qualche volta c’è bisogno anche di fiducia e di sorriso.

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Perfino la Cerimonia inaugurale (un evento spesso di una noia mortale) fu un tappo di champagne (anzi: di spumante dell’Alta Langa, sorry) che salta. Chi scrive ricevette dopo quella cerimonia un messaggino di una cara amica. Recitava: ma davvero siamo stati così bravi? «Siamo», non «sono». In quelle poche parole c’era il mood in cui la città si sarebbe immersa nelle due settimane successive.

Tutto in un fazzoletto

Certo, il gioco visto oggi fu perfino facile visto che la città era il cuore di tutto, al massimo bisognava spostarsi a Sestriere, la montagna della città, 50 minuti di auto che i torinesi compiono con la stessa abitudinarietà con cui si va in ufficio, per di più in percorso protetto. E poi Sestriere è Torino, per definizione.

La torcia olimpica illuminava la notte dalla Torre Maratona, casa Russia stava a casa Boglione cioè nella sede del marchio di abbigliamento in borgata Regio Parco, dove una volta c’erano le manifatture tabacchi, casa Stati Uniti era in un circolo sul lungo Po, sotto il Monte dei Cappuccini.

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La sera Medal Plaza era davanti al palazzo Reale, all’ombra della cappella della Sindone e pochi metri più in là in Piazza San Carlo, ancora ben lontana dagli sfaceli di quella notte orrenda della finale della Champions della Juve, ogni sera andava in scena un concerto con spettatori tutti agghindati come omini Bibendum della Michelin per resistere al freddo. Era tutto in un fazzoletto di terra e di luce, mica 300 chilometri di strada.

Erano altri tempi, non c’era il nerofumo della guerra che aleggiava sull’Europa. Ma il clima di quei giorni fu quello che diede una risposta alla domanda del messaggino di cui sopra: la città prese atto che era in grado (come spesso nella sua storia, ma di più) di andare oltre.

Si trovò perfino il simbolo perfetto: l’Oval, il palazzetto per il pattinaggio di velocità che sorse dove un tempo c’erano i capannoni industriali della Fiat Avio, quelli dalle cui linee di produzione uscivano i componenti del G91, l’aereo da guerra italiano. Per entrare all’Oval si passava attraverso lo stesso cancello che migliaia di operai avevano oltrepassato per decenni all’inizio di ogni turno di lavoro.

impara da noi, cara Milano

Da ciò che era ieri a ciò che sarà domani: ecco cosa è stata l’Olimpiade di Torino. Un senso così profondo di unicità storica a cui Milano-Cortina deve aspirare.

E che tutto questo sia successo non era così scontato. Chi oggi passeggia per Vancouver e non fatica a imbattersi in gruppi di esseri umani trasformati in zombie dal Fentanyl ha problemi nel riconoscere la città scintillante che ospitò i Giochi nel 2010. Anche Torino non ha più ritrovato quella totalità di festa, ma se oggi è qualcosa (ed è molto pur tra mille problemi) lo deve in gran parte a quei giorni. Che furono un po’ come dire: stavolta abbiamo fatto qualcosa che Milano (ah, l’antica rivalità...) non potrà mai scipparci.

In giro le giacche a vento con i ghirigori rossi di Casa Russia non si vedono più. Ma per una volta chi osserverà i Giochi delle rive del Po potrà dire: impara da noi, cara Milano. Per evitare che un’Olimpiade sia solo uno fra i tanti appuntamenti scintillanti della tua annata.

Torino 2006 è stata un vero passaggio della Storia, Milano deve provare a fare altrettanto. L’augurio che si deve fare è che qualcuno fra coloro che l’hanno pensata riceva pure lui un messaggio nella notte che reciti: ma davvero siamo stati così bravi?

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