Nel 1956 la prima edizione delle Olimpiadi sulla Rai, tra le gaffe della madrina Sophia Loren e un uso strumentale delle donne. L’Italia era appena entrata nell’Onu, ma doveva uscire dall’incubo del conflitto. E la perla delle Dolomiti diventò la capitale del nascente jet-set
Milano-Cortina è molto più di una gara. Nella rubrica “Oltre il traguardo” ogni giorno troverete un racconto che nasce dai Giochi: una vittoria, una caduta, un’attesa, un gesto rimasto ai margini. Storie di atleti e persone, di sogni e sacrifici, perché l’Olimpiade non finisce al traguardo: continua nelle vite che attraversa. Qui tutte le puntate.
Era come oggi la vigilia dei Giochi. Settant’anni fa. Tra 5 nuove seggiovie, 7 piste per il fondo interamente recintate, 300 impiegati, 800 alpini addestrati da due anni a costruire e a battere piste, l’inviato a Cortina della Stampa fu particolarmente impressionato dalle 86 linee telefoniche internazionali che permettevano comunicazioni in tempo reale con il resto del mondo. «Oggi Sotio Nakamura, giornalista giapponese, ha chiesto Tokyo alle 8,16: gli è arrivata, alle 8,23. Sette minuti».
Era la prima volta che le Olimpiadi si svolgevano in Italia e il paese che usciva dall’orrore della guerra aveva bisogno di riabilitarsi agli occhi del mondo. Era appena entrato nell’Onu, doveva mostrarsi efficiente, moderno, bello. E per farlo usò le donne. Che avevano votato per la prima volta dieci anni prima, nel 1946. Che ancora non erano ammesse in tutti gli uffici pubblici e in magistratura. Che per abortire si facevano scannare dalle mammane. Che non potevano divorziare, però potevano essere ammazzate per difendere l’onore della famiglia. Che nella squadra azzurra erano soltanto 12, contro i 53 maschi. Però funzionavano sempre bene in prima pagina.
La faccia piena di lentiggini di Giuliana Minuzzo, maritata Chenal fu scelta per il giuramento in mondovisione, prima volta di un’atleta: era la più forte, quattro anni prima era diventata la prima italiana a conquistare una medaglia alle Olimpiadi invernali, ma per giornali e televisioni era «la mammina volante», «la graziosa discesista», «l’esile biondina».
Duecentocinquantasei tedofori per recapitare la fiaccola da Roma a Cortina, eppure la storia la fece Alberta Vianello, campionessa del mondo di pattinaggio a rotelle, che la portò per cinque minuti sulla strada che da Mestre va a Treviso: anche lei fu la prima.
Ma le copertine toccarono soprattutto a Sophia Loren, già diva a ventun anni. Al ricevimento in suo onore quale madrina dei Giochi c’erano principi e regine, e Sophia sbarcò sobria sulle Dolomiti con al seguito sette bauli rosso fuoco e tre valigie di camoscio per un paio di giorni.
Alla partita di hockey la riconobbero e la fecero passare, ma pretesero che quelli del suo seguito pagassero regolarmente il biglietto, e finì a urli in faccia, lei non sa chi sono io. Sulle piste qualcuno ebbe l’ardire di chiederle cosa pensasse della combinata, e Sophia elaborò una risposta originale. «Non mi interessa, perché a me piace l’imprevisto e, se è combinata, vuol dire che si sono messi d’accordo prima». Ad ogni buon conto, il Coni chiese agli atleti azzurri di non familiarizzare.
Un paese da film
Fu la prima volta dell’Unione Sovietica, che vinse il medagliere. Fu l’Olimpiade della squadra tedesca unificata, per volere del Cio. Nelle poche ore in cui rimase a Cortina, per dichiarare aperti i Giochi, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi andò in visita alla Safilo, la fabbrica di occhiali, perché quello era l’importante: l’Italia che si rimetteva in piedi, l’Italia pronta al boom economico.
Nella cerimonia inaugurale il pattinatore Guido Caroli, ultimo a portare la fiaccola, inciampò e cadde: colpa di un cavo della televisione, in quella che fu la prima la Olimpiade trasmessa in diretta dalla Rai, nata soltanto due anni prima. Le immagini di Cortina andarono in diretta in una trentina di paesi in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti.
Non ci fu bisogno di costruire il villaggio olimpico, bastavano gli alberghi della zona a ospitare atleti e addetti ai lavori. Fu girato anche un film ufficiale, Vertigine bianca, prodotto dall'Istituto Luce.
A dirigerlo scelsero Giorgio Ferroni, passato con disinvoltura dal cinema fascista al neorealismo, dal genere peplum agli spaghetti-western, con tanto di nome americano, Jackson Calvin Padget. La Cortina di Vertigine bianca è un paese rurale di 6mila abitanti, destinato a cambiare radicalmente con l’avvento dei Giochi.
Gli imprenditori improvvisamente sbalzati nella ricchezza dal miracolo economico sceglieranno quell’incanto nella conca assolata come seconda casa. E dietro di loro si muoverà il primo turismo di massa. Cortina diventerà un set cinematografico: da James Bond alla commedia di Natale, dalla Pantera Rosa con Peter Sellers a Cliffhanger di Stallone.
Ma Cortina di chi è?
Oggi il mondo è molto più grande: sfileranno 92 paesi contro i 32 del ‘56, i Giochi saranno visti in tv da 2 miliardi di telespettatori, le atlete azzurre sono 93 (103 i maschi) ma la prima a finire in prima pagina è stata Rebecca Passler, la biathleta positiva al letrozolo.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si prende cura dell’Italia da Milano. Gli atleti russi e bielorussi gareggeranno da neutrali, la guerra fredda sta (ri)prendendo fuoco, l’Onu è al collasso. Cortina ha 500 residenti in meno rispetto ai Giochi del ‘56. E l’emorragia non si ferma, colpa del costo degli immobili che continua a salire: si aggirava sui 12mila euro al metro quadro prima dell’assegnazione dei Giochi, ora arriviamo a 19mila. E l’80 per cento delle proprietà immobiliari e oltre il 60 per cento delle abitazioni non appartengono più ai residenti. Settant’anni dopo, Cortina è di chi se la può permettere.
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