Sappiamo bene che Donald Trump ha avuto un ricco passato come comparsa nel mondo del wrestling, quella disciplina a metà strada fra lo sport e lo spettacolo che, da anni, diverte gli americani di tutte le età ed è ormai un fenomeno globale grazie soprattutto alla Wwe, la World wrestling entertainment (un tempo conosciuta come World wrestling federation prima che il Wwf, inteso come World wildlife fund, intentasse una causa legale), la federazione più famosa.

Sport entertainment dunque, là dove la componente che afferisce al divertimento ha lo stesso valore delle acrobazie che poi si effettuano sul ring.

FOTO EPA
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Ogni incontro e ogni avvenimento di wrestling, a partire dal più atteso dell’anno (WrestleMania, il SuperBowl della Wwe) è, in fondo, il racconto di una storia. E questo riecheggia anche nel titolo del libro del giornalista Matteo Maria Munno, A wrestling tale, un racconto di wrestling appunto.

Un racconto nel quale si esprime un’idea vecchia come il mondo, quella della sempiterna lotta fra bene e male, di cui il wrestling è una riproposizione. La disciplina non poteva non avere successo in America. Non tanto perché parliamo di una società violenta, quanto perché gli Stati Uniti, con la loro logica imperiale, sono una nazione dove l’idea dello scontro tra il bene e il male assume connotati ancora più vasti.

«Uno specchio deformante»

A tal proposito, come non ricordare il concetto di evil empire (impero del male) utilizzato da Ronald Reagan per indicare l’Unione sovietica, alla quale ovviamente si opponeva l’impero del bene, rappresentato dagli Usa? E non è un caso che l’autore spazi anche geograficamente, arrivando a trattare personaggi chiave nella storia della lucha libre messicana e della lotta giapponese (quella che la voce del nostro Tony Fusaro chiamava “catch” sulle televisioni locali italiane agli inizi degli anni Ottanta). Il Messico è infatti un paese che guarda da vicino gli Stati Uniti, come meta di una terra dei sogni, mentre il Giappone è stato aperto al made in Usa da due bombe atomiche (bombe democratiche, of course).

Quella di Munno non è solo una storia della disciplina, ma dei suoi protagonisti principali, quelli che hanno segnato le diverse epoche. L’autore spiega il senso della disciplina, imperniato su una riproposizione sicura e controllata (almeno per lo spettatore) della sfida fra buoni e cattivi, che già caratterizzava gli scontri fra gladiatori nell’antica Roma.

La sfida sul quadrato è l’incarnazione del desiderio di voler parteggiare per uno o per l’altro dei contendenti: perché rappresenta gli ideali in cui crediamo, oppure perché quella maschera raffigura ciò a cui ci sentiamo più legati, magari il prototipo del nostro gruppo etnico di appartenenza. O, semplicemente, perché quel personaggio ci sta più simpatico.

Come scrive Munno, «il wrestling, come il teatro greco, come il melodramma ottocentesco, come il cinema di Hollywood, è uno specchio deformante che riflette le ansie, i desideri e i valori di chi lo guarda. La differenza è che di solito lo fa a suon di bodyslam».

Un viaggio nell’America di Trump

Ecco allora che questo sport spettacolo (e non spettacolo sportivo) ha saputo cambiare pelle a seconda delle epoche attraversate, ma in fondo rimanendo sempre uguale a sé stesso. 

Abbiamo così avuto i primi lottatori, i padri fondatori della disciplina, passando poi per gli eroi mascherati (fra i quali il popolarissimo giapponese Tiger Mask, l’Uomo Tigre, reso immortale per noi figli degli anni Ottanta dalle serie animate provenienti dal Sol Levante), quelli che lottavano per il popolo, rappresentando l’americano medio e quelli che lo hanno reso un fenomeno di massa, in primis l’immortale Hulk Hogan.

Il tutto fino ad arrivare a chi ha portato il wrestling nei tempi moderni, là dove si sa che le storie che vengono raccontate sul ring sono solo finzioni cinematografiche, ma non per questo si smette di crederci. D’altronde, non è questo quello che facciamo andando al cinema o guardando una serie tv?

Ogni lottatore, una maschera. Ogni personaggio, un carattere che parla all’America, soprattutto a quella profonda, quella compresa fra le due coste. Buoni e cattivi, giganti, lottatori legati a un’identità locale (leggasi uno stato americano) e becchini, guerrieri e super atleti, americani e stranieri. Questo è il wrestling, «un posto dove sono stati sperimentati prima che altrove alcuni modi contemporanei di stare sulla scena, mettendo il personaggio prima della persona», scrive nella prefazione Angelo Carotenuto.

La capacità del wrestling di reinventarsi e di superare scandali e crisi profonde è il fil rouge del libro di Munno. Una chicca per gli appassionati del genere, ma anche per chi vuole comprendere perché l’America ha votato Trump (due volte).

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