Il primo grande paese produttore di petrolio e gas a impegnarsi per fermare ogni nuova espansione fossile rischia di frenare sulla transizione dopo la vittoria alle presidenziali del populista filotrumpiano Abelardo de la Espriella
Negli ultimi anni la Colombia è stata una delle anomalie più interessanti della diplomazia climatica mondiale. Un paese produttore ed esportatore di petrolio che, sotto il governo di Gustavo Petro, ha provato a costruire la propria identità internazionale non sulla difesa delle rendite fossili, ma sulla loro messa in discussione.
Nel 2022 Petro è diventato il primo presidente di sinistra della storia recente della Colombia. Il paese non ha smesso di essere attraversato da profonde contraddizioni economiche e sociali, ma la forza politica del suo governo è stata proprio quella di scegliere di portare quelle contraddizioni all’interno dei discorsi e dei negoziati sul clima: come può un’economia che dipende anche dal petrolio immaginare un futuro oltre il petrolio?
Con Petro il paese sudamericano è diventato il primo grande produttore di petrolio e gas a impegnarsi a fermare ogni nuova espansione fossile, ha aderito al Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili – che, sul modello del Trattato di non proliferazione nucleare, propone di fermare l’espansione di carbone, petrolio e gas e di pianificarne il declino in modo ordinato e giusto – e ha spinto perché nei negoziati Onu dedicati al cambiamento climatico, le Cop, si parlasse apertamente di come abbandonare i combustibili fossili.
A guidare questa stagione di ambizione climatica e politica sono state soprattutto le ministre Susana Muhamad e Irene Vélez Torres. Muhamad è stata ministra dell’Ambiente in una delle fasi più visibili della diplomazia climatica colombiana. Vélez Torres, prima ministra delle Miniere e dell’Energia e poi ministra dell’Ambiente incaricata, ha portato avanti la richiesta di inserire una roadmap sull’abbandono dei combustibili fossili nell’accordo formale della Cop30 del 2025.
Ambizione e immaginazione di un futuro diverso, che ora rischiano di essere frenate dalla vittoria alle presidenziali di Abelardo de la Espriella, populista di estrema destra sostenuto da Donald Trump, che al ballottaggio del 21 giugno ha sconfitto l’alleato di Petro, Iván Cepeda. Il nuovo presidente ha promesso di rilanciare petrolio, gas e miniere e ha annunciato la costruzione di dieci «mega carceri» nei territori dell’Amazzonia colombiana: segnale di una visione in cui l’ambiente è soprattutto uno spazio da sfruttare e mettere al servizio di un’agenda securitaria ed estrattiva.
L’importanza della Colombia nella transizione
Quello che succede in Colombia, però, non riguarda solo la Colombia. Il cambio di governo arriva infatti pochi mesi dopo il vertice di Santa Marta, città colombiana dove, ad aprile, Colombia e Paesi Bassi hanno organizzato la prima conferenza internazionale dedicata all’uscita dalle fonti fossili. Da quell’incontro è nato il “processo di Santa Marta”, una coalizione informale di paesi intenzionati a mantenere viva la pressione sull’abbandono di carbone, petrolio e gas. La sconfitta della linea di Petro potrebbe, però, mettere alla prova anche questa architettura.
La ministra uscente Vélez Torres, pochi giorni dopo le elezioni, ha rivendicato che il lavoro fatto «non può essere cancellato» e che il processo dovrà essere capace di resistere ai mutamenti politici. Del resto, la diplomazia climatica avviata a Santa Marta è stata pensata proprio per non dipendere da un solo governo: il prossimo vertice sarà infatti co-organizzato da Tuvalu e Irlanda nel 2027, secondo una logica di rotazione pensata per proteggere il percorso dai cicli elettorali.
Ma perdere la Colombia significa comunque perdere il paese che più di tutti aveva trasformato la propria contraddizione – essere produttore di petrolio e al tempo stesso chiederne l’abbandono – in una leva politica. Significa perdere un modello che finora pochi paesi produttori di petrolio e gas hanno avuto la forza politica di imitare: usare la propria dipendenza dalle rendite fossili per lavorare a un piano, giusto e ordinato, di abbandono.
La questione arriverà anche alla prossima Cop, in programma in Turchia a novembre, dove la Colombia parteciperà con un nuovo governo. Alla precedente conferenza, in Brasile, i paesi non sono riusciti a raggiungere un accordo su una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili. Tuttavia, la presidenza brasiliana ha promesso di presentare un percorso volontario internazionale, anche sulla base delle conclusioni emerse a Santa Marta.
Il vertice colombiano, però, non era un negoziato formale, ma uno spazio di confronto tra paesi. Per questo non è scontato che le sue conclusioni entrino nei testi ufficiali della Cop, né che i paesi che vi hanno partecipato si presentino come un blocco compatto alla prossima conferenza sul clima.
La vittoria di de la Espriella non fermerà da sola la discussione globale sull’uscita dai fossili, ma mostra quanto sia delicato questo percorso. La transizione dipende da investimenti, ricerca scientifica e obiettivi climatici: fattori che a loro volta dipendono da rapporti di forza, governi e cambi di governo. E quindi, in ultima istanza, anche dalle nostre scelte elettorali.
© Riproduzione riservata

