12,7 milioni di metri quadri al giorno, così le costruzioni nel mondo ricoprono un totale di 273 miliardi di metri quadrati. Gli edifici residenziali rappresentano il 70 per cento della richiesta energetica. Ma l’Italia, colpita da una procedura di infrazione formale da parte dell’Ue, non ha ancora un piano per le case green
Quando si discute di cambiamento climatico, il settore edile spesso non viene menzionato. Eppure, secondo l’ultimo rapporto del Programma ambiente delle Nazioni Unite (Unep), gli edifici in cui viviamo e lavoriamo e la loro costruzione rappresentano il 28 per cento del consumo energetico e il 37 per cento delle emissioni di gas responsabili del riscaldamento globale.
Per Martin Krause, direttore della divisione clima di Unep, «rappresentano una delle più significative ma spesso dimenticate prime linee della crisi climatica». Soprattutto perché continuiamo a costruire: 12,7 milioni di metri quadri al giorno, l’equivalente di quasi una nuova Parigi alla settimana. In questo momento, le costruzioni ricoprono così un totale di 273 miliardi di metri quadrati al mondo.
La notizia positiva è che negli ultimi decenni il settore sta diventando più sostenibile. L’intensità energetica misura il rapporto fra il consumo di un edificio e la sua dimensione ed è scesa dell’8,5 per cento in dieci anni. Nello stesso periodo sono stati investiti 2.300 miliardi di dollari in efficienza energetica.
Ma da qui al 2030 ne servono 5.900. «Il settore sta crescendo ma anche limitando le proprie emissioni energetiche. Il problema è che le nuove costruzioni continuano ad avere un ritmo più rapido della decarbonizzazione», aggiunge Krause. A fare la differenza è stata soprattutto la rapida espansione nelle economie emergenti, come l’India e i paesi del sudest asiatico.
Europa all’avanguardia
Per misurare come la decarbonizzazione del settore stia procedendo verso l’obiettivo di azzerare le emissioni entro il 2050, il decimo Rapporto globale sullo stato degli edifici e delle costruzioni ha elaborato un vero e proprio indice. Purtroppo, nel 2024 il settore rimaneva fuori traccia di 49 punti. In dieci anni, infatti, le emissioni operative sono cresciute del 6,5 per cento, mentre avrebbero dovuto diminuire del 31 per cento.
Ad essere al centro dell’azione climatica devono quindi essere proprio le nostre case: gli edifici residenziali rappresentano infatti il 77 per cento dell’area costruita e il 70 per cento della richiesta energetica.
«La domanda sta crescendo in ogni regione, con l’eccezione dell’Europa, dove si sta riducendo grazie a un pacchetto di politiche che sta avendo effetto», spiega Oliver Rapf dell’Istituto europeo per le performance degli edifici (Bpie). «L’Unione europea ha una storia di venticinque anni di regolamentazione, e con la direttiva sulle performance energetiche degli edifici (Epbd) si sono aggiunti standard ancora più stringenti».
Approvata a maggio 2024, la cosiddetta direttiva Case Green richiede infatti che vengano effettuate valutazioni sull’impatto di qualunque edificio a partire dal 2030. I singoli paesi devono elaborare un piano per ridurre del 16 per cento il consumo energetico primario medio dei propri edifici residenziali entro il 2030. Ogni nuova costruzione non dovrà poi produrre più emissioni di gas climalteranti.
Per soddisfare questi obblighi, i paesi europei dovevano trasmettere una bozza dei propri piani entro la fine dell’anno scorso.
Procedura di infrazione
A marzo l’Italia e altri 18 paesi non avevano però ancora consegnato alcun documento a Bruxelles, che ha quindi aperto una procedura di infrazione formale.
Fin dal suo inizio, la direttiva ha d’altronde generato un certo mal di pancia a Roma. Italia e Ungheria sono stati infatti i due unici governi a votare contro la versione finale del testo. Ancora a marzo di quest’anno, gli europarlamentari della Lega Aldo Patriciello e Isabella Tovaglieri hanno inviato una richiesta di chiarimento ufficiale alla Commissione.
«[L’Italia] ha uno dei patrimoni edilizi più vecchi in Europa», scrivevano, e di conseguenza la direttiva rappresenta «un peso economico significativo per milioni di proprietari di casa». Obiezioni rimandate al mittente dal commissario all’Energia Dan Jørgensen, che ha sottolineato come «non impone obblighi sulle case individuali».
Fonti del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica hanno fatto sapere a Domani che la direttiva sarà recepita all’interno dello schema di disegno di legge di «delegazione europea 2026», che verrà presumibilmente approvato dal Consiglio dei ministri nel prossimo mese di giugno. Non si sa, però, quando la prima bozza del piano di ristrutturazione sarà pronta.
Per gli autori del rapporto Onu, la battaglia si giocherà nei parlamenti nazionali. Per decarbonizzare gli edifici, sarà infatti necessario regolare maggiormente il mercato edilizio.
«Ci sono un sacco di paesi in cui si costruisce senza alcun codice edilizio. La regolamentazione nei mercati di maggior crescita non è abbastanza, o non esiste proprio», dice Rapf. Per questo motivo, l’Unep richiede che almeno il G20 e altri 75 paesi includano gli obiettivi edilizi nei propri contributi nazionali, ovvero nei piani che dettagliano l’azione climatica.
Senza però cambiare idea: Rapf sostiene infatti che la cosa più importante è garantire delle norme stabili, in modo che i costruttori si possano adeguare per tempo. «[In Europa] c’è certezza nelle politiche perché vengono stabiliti standard specifici con scadenze chiare, annunciate con anni di anticipo». Fino ad oggi, almeno.
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