Si continua a governare come se la crisi climatica fosse un’invenzione degli ambientalisti e senza considerare la possibilità che il contrasto al cambiamento climatico possa diventare un’opportunità di maggior giustizia sociale
Il ciclone che ha devastato il Sud Italia è solo l’ultimo segnale di come l’emergenza climatica stia marciando più velocemente del previsto. Ed è destinata ad accelerare ulteriormente nei prossimi anni, considerato che la soglia di +1.5°C nella media mondiale delle temperature è avvenuta un decennio in anticipo rispetto a quanto aveva previsto l’Ipcc.
Il fenomeno ha mille sfaccettature, ma le istituzioni, nazionali e regionali, continuano a operare con le stesse modalità di venti anni fa, come se fosse solo un problema di Protezione civile e di risorse per la riparazione. Nulla viene investito sulla prevenzione, tanto che il Piano nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), approvato due anni fa, ancora oggi non ha risorse sufficienti.
Intanto la vita delle persone diventa sempre più insicura. Ma se si vuole prevenire, dobbiamo avere un’idea chiara di cosa sia l’emergenza climatica.
Una crisi sistemica
Il balbettio dell’Europa alla COP30 di Belém e il rinvio dell’entrata in vigore dell’ETS2, provocato dal peso che nel secondo mandato di Ursula von der Leyen stanno assumendo gli stati governati dai conservatori e dalle destre, e, in Italia, il rallentamento delle energie rinnovabili come il rifiuto a disaccoppiare nel prezzo dell’energia il costo del gas da quello delle rinnovabili, strutturalmente più basso, solo per fare alcuni esempi, dimostrano che non si vuole prendere sul serio l’urgenza di politiche di decarbonizzazione efficaci.
Mancanza di prevenzione e rallentamento delle politiche di decarbonizzazione, però, non esauriscono il quadro.
La crisi climatica è anche una crisi sistemica e di giustizia. Colpisce tutti, perché tempeste e siccità non guardano in faccia nessuno, ma non tutti allo stesso modo, penalizzando di più chi ha di meno. Il clima si sta dimostrando un moltiplicatore di disuguaglianze.
Che fare? È la domanda che come Forum disuguaglianze e diversità, insieme ad altre venti organizzazioni sociali, ambientaliste e di solidarietà, ci siamo posti con “La sfida del welfare energetico climatico” (in programma il 30 e il 31 gennaio a Roma), una due giorni nata con l’obiettivo di approfondire la natura e la dimensione dei nuovi rischi sociali generati da crisi climatica e politiche di decarbonizzazione, che interrogano in profondità il sistema di welfare e le politiche pubbliche. A cominciare da ciò che accadrà nel 2026.
Orizzonte 2026
Nei prossimi mesi verranno al pettine due questioni strategiche volute dall’Europa: la direttiva sull’efficientamento energetico degli edifici (Epbd) e il Piano sociale clima. La direttiva Epbd, conosciuta come “case green” e approvata nel 2024, prevede l’invio da parte di ogni stato membro di un Piano nazionale entro fine 2025, mentre il recepimento deve avvenire entro maggio 2026.
Del primo non esistono tracce, del secondo non si parla in nessuna sede pubblica. Eppure l’Italia ha un patrimonio di edilizia residenziale per il 72 per cento con più di 43 anni e per il 68 per cento appartenente alle classi energetiche meno efficienti. Un vulnus non da poco, che richiederebbe fin da subito di dettare regole chiare per evitare che l'efficientamento porti a un aumento dei canoni di affitto.
A sua volta, lo slittamento dell’entrata in vigore dell’ETS2 riduce l’entità del Fondo sociale clima a disposizione degli stati e rinvia di un anno la disponibilità per interventi a vantaggio di famiglie e piccole imprese in condizioni di povertà energetica e nei trasporti. Gli interventi dovevano essere definiti nel Piano sociale clima presentato all’Europa nel giugno 2025. Il ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) è stato puntuale, ma da quando il Piano è finito sul tavolo del governo nessuno sa più nulla.
Accompagnare i più vulnerabili
E così si continua a governare come se la crisi climatica fosse un’invenzione degli ambientalisti e senza considerare la possibilità che il contrasto al cambiamento climatico possa diventare un’opportunità di maggior giustizia sociale. A condizione che le misure disposte arrivino alle persone giuste. Un tema non da poco se pensiamo, per esempio, che nel 2023 solo il 18 per cento delle famiglie in povertà energetica ha beneficiato del bonus elettricità e gas.
Gli ostacoli possono essere molti: la solitudine, l’accesso alle informazioni, il luogo in cui si vive. Il welfare diventa allora un luogo di crescita delle relazioni nella comunità dove giocano un ruolo fondamentale tutti quei soggetti attivi nel quartiere che insieme alle amministrazioni locali, possono costruire infrastrutture di accompagnamento per i più vulnerabili. Un’occasione storica per ridurre le disuguaglianze e rafforzare la giustizia sociale e ambientale.
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