Al livello planetario, l’emisfero nord è stato attraversato da correnti di aria polare mentre l’emisfero sud ha registrato temperature record, che hanno alimentato eventi climatici estremi. Due fenomeni collegati dalla stessa causa, l’analisi di Copernicus
Quello appena trascorso in Europa è stato il gennaio più freddo dal 2010. Eppure, le temperature globali sono state ancora una volta sopra la media.
È quanto rilevano i nuovi dati diffusi dal Servizio di monitoraggio del cambiamento climatico Copernicus della Commissione europea, sottolineando come alcune giornate con temperature più basse non siano sufficienti a modificare la tendenza generale al riscaldamento globale.
«Gennaio 2026 ci manda un chiaro segnale di come il sistema climatico possa a volte produrre un clima molto freddo in una regione, e caldo estremo nell’altra», ha spiegato Samantha Burgess, responsabile clima del Centro europeo per le previsioni del tempo di medio periodo (Ecmwf).
Durante le ultime settimane di gennaio, l’emisfero nord è stato attraversato da una serie di intense ondate di freddo provocata dall’irruzione di una corrente di aria polare sull’Europa e sul Nord America. Questo ha portato le temperature medie europee a -2.34°C, ovvero più basse rispetto alla maggior parte dei gennai rilevati dal 1940.
Questo stesso fenomeno è però reso più probabile dal riscaldamento globale. «Si sta scaldando il polo nord e i ghiacci diminuiscono. Il cosiddetto vortice polare che teneva spesso confinata l'aria fredda sull'artico si è indebolito e ogni tanto arrivano queste “sciabolate” artiche, sull'Europa, sull'Asia, sul Nord America», spiega a Domani Antonello Pasini, fisico dell’atmosfera del Consiglio nazionale per le ricerche (Cnr).
«Non è che il riscaldamento globale fa scomparire gli episodi di freddo – aggiunge Pasini – diminuiscono di poco, mentre aumentano fortemente gli estremi di caldo anche più eccezionali».
Freddo al nord, eventi estremi al sud
Nello stesso periodo l’emisfero meridionale del pianeta ha così registrato un caldo record, che ha alimentato eventi climatici estremi. Gli incendi hanno raggiunto un livello drammatico nella seconda metà del mese. Fiamme intense hanno colpito l’Australia e l’Argentina. In Cile hanno provocato la morte di 21 persone, costringendone altre 50.000 nelle regioni di Ñuble e di Bio-Bío ad evacuare. Al contrario, la zona meridionale dell’Africa è stata funestata da piogge e allagamenti. In Mozambico le alluvioni hanno causato almeno 23 morti, con 400.000 persone che sono state sfollate dalle loro case.
In Europa il clima è stato poi più umido della media nella parte occidentale, meridionale e orientale. Questo ha provocato drammatiche alluvioni non solo in Sicilia, Sardegna e Calabria, colpite dal ciclone Harry lo scorso 18 gennaio. Ma anche nella penisola iberica, nei Balcani occidentali, nell’Irlanda e nel Regno Unito.
«Mentre le attività umane continuano a incrementare il riscaldamento globale nel lungo periodo, questi eventi sottolineano come la resilienza e l’adattamento a eventi atmosferici estremi sempre più frequenti siano essenziali per preparare le società a un maggiore rischio climatico nel futuro», ha detto Burgess.
Il quinto gennaio più caldo
Nonostante le ondate di freddo nell’emisfero nord, la temperatura media rilevata è stata di 12,95°C, ovvero 1,47°C più alta rispetto alle temperature del periodo preindustriale. Questo ha reso il mese passato più freddo di 0,28°C rispetto al suo corrispettivo nel 2025, che è stato invece il gennaio più caldo mai registrato. Ma quello di quest’anno rimane comunque il quinto più caldo della storia. E mantiene la temperatura pericolosamente vicina a 1,5°C oltre il livello preindustriale, ovvero il limite oltre il quale gli scienziati stimano che si verificheranno cambiamenti irreversibili e un aumento della possibilità di eventi estremi.
Le temperature più alte rispetto alla media si sono registrate attraverso l’Artico, soprattutto nell’Arcipelago artico canadese, nella Baia di Baffin, in Groenlandia e nell’Est della Russia. Ma sopra la media sono state anche il Sud America, il Nord Africa, l’Asia centrale e buona parte dell’Australia e dell’Antartide.
Nel suo rapporto Global Climate Highlights, Copernicus aveva già osservato come le regioni polari nel 2025 avessero destato particolare preoccupazione per lo scioglimento dei ghiacci. E la tendenza si conferma anche per questo gennaio: l’estensione del ghiaccio marino nell’Artico è risultata del 6% sotto la media, raggiungendo il terzo valore più basso mai registrato a gennaio. Nell’Antartico questo valore è stato invece dell’8% più basso.
«A gennaio si intravede questa tendenza per cui la ricostituzione del ghiaccio invernale fa più fatica», dice Pasini, che sottolinea come le recenti rilevazioni di settembre abbiano evidenziato come negli ultimi 45 anni si siano persi 3 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio. «L’equivalente di 10 Italie di ghiaccio».
Questa perdita rischia di potenziare l’effetto albedo: non trovando più il ghiaccio, l’energia solare sbatte contro una superficie scura e viene parzialmente assorbita. Questo a sua volta scalda il mare e l’atmosfera, portando a un aumento della temperatura. Che di nuovo farà fondere maggiormente il ghiaccio.
«Non sappiamo bene quale sia la soglia numerica di aumento di temperatura media che porti a punti di non ritorno, per questo come comunità scientifica diciamo di rimanere al di sotto dei 2°C», conclude Pasini.
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