Se l’ondata di calore di quest’estate vi è sembrata insopportabile, preparatevi: potrebbe essere solo l’inizio. Questo il messaggio contenuto nell’ultimo rapporto dal Programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep), che sancisce una prospettiva che era nell’aria ormai da mesi: abbiamo fallito nel mantenere l’aumento delle temperature al di sotto degli 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Ovvero i leader mondiali non sono stati in grado di rispettare l’impegno assunto undici anni fa nella Conferenza sul clima di Parigi. E gli impatti saranno devastanti.

Gli studi prevedono che sforeremo la soglia entro la prossima decade.

«Il caldo abrasivo di quest’estate, i selvaggi incendi e le mortali inondazioni sono un avvertimento di quello che ci aspetta. Dobbiamo rendere lo sforamento al di sopra di 1,5°C il più limitato e rapido possibile», ha dichiarato allarmato il Segretario generale dell’Onu António Guterres.

Secondo gli scienziati, ogni frazione oltre la soglia stabilita a Parigi comporta un’intensificazione degli impatti della crisi climatica. Le ricerche recenti suggeriscono che nel migliore dei casi riusciremo a mantenere l’aumento della temperatura a 1,8°C. Questo, se sapremo dimezzare le nostre emissioni entro il 2035. Mentre le politiche e le azioni attuali ci porterebbero a un riscaldamento di circa 2,6°C entro il 2100.

Ma non tutto è perduto. «Abbiamo ancora margine. Possiamo limitare la magnitudine del superamento», ha spiegato Debra Roberts, una delle principali autrici dello studio.

L’Onu identifica infatti una traiettoria per permettere uno sforamento e forzare poi una discesa delle temperature globali. La ricetta è sempre la stessa: dobbiamo tagliare le emissioni dei gas responsabili del riscaldamento globale immediatamente, in particolare quelle di metano, capace di intrappolare fino a 80 volte il calore dell’anidride carbonica.

A cambiare è il ruolo che dovranno svolgere nel breve futuro le tecnologie per la rimozione di Diossido di Carbonio dall’atmosfera, che ora diventano essenziali. Purtroppo, non c’è un piano B.

Impatti devastanti

«Non ci sono vie di uscita positive se rimaniamo al di sopra di 1,5°C», ha chiarito Inger Andersen, direttrice esecutiva di Unep. «Le ondate di calore estreme ci stanno già dimostrando che gli impatti climatici colpiranno più rapidamente, più duro e rimarranno più a lungo, costando un numero maggiore di vite e provocando un profondo disagio».

Secondo gli autori, questo sforamento porterà a perdite di ecosistemi come la barriera corallina. Si svilupperanno eventi estremi ancora più intensi. E diversi stati insulari dei Caraibi e del Pacifico rischiano di essere sommersi.

A preoccupare è in particolar modo il superamento dei cosiddetti “punti di non ritorno,” oltre i quali gli impatti diventeranno imprevedibili. Con l’aumento delle temperature oltre 1,5°C, la destabilizzazione delle maggiori superfici glaciali o il degradamento della foresta amazzonica diventano infatti più probabili. Con un riscaldamento fino a 3°C, i ghiacciai potrebbero perdere oltre un quarto della loro massa entro la fine del secolo, provocando un innalzamento del livello dei mari fra i 9 e i 13 centimetri.

Gli effetti a cascata sarebbero devastanti: l’Onu stima che la produzione di alimenti globali potrebbe calare addirittura del 14% entro i prossimi 25 anni.

Azzerare le emissioni è ora il punto di partenza

La lunghezza e la difficoltà per rientrare nei limiti di sicurezza dipenderanno da quanto rapidamente le politiche globali saranno in grado di tagliare le emissioni.

«Anche se il superamento di 1,5°C non è più evitabile, decidere quanto alto andiamo e per quanto a lungo è ancora nelle nostre mani», ha spiegato Roberts, «le nostre azioni determineranno se lo sforamento durerà decenni oppure millenni.» L’obiettivo rimane azzerare le emissioni. E questo – aggiungono gli scienziati di Climate Analytics – si otterrà soprattutto con la drastica riduzione dell’uso di combustibili fossili.

Ma poi bisognerà procedere ad assorbire le emissioni già presenti nell’atmosfera, in modo da invertire la tendenza al riscaldamento.

Il rapporto mette però in guardia contro il credere che una soluzione tecnologica miracolosa risolverà la crisi climatica. La rimozione di carbonio ottenuta sia attraverso procedimenti naturali che tecnologici sarà fondamentale, ma in questo nuovo scenario si deve aggiungere al taglio delle emissioni, e non può essere pensata come un’alternativa. «Il problema è che la fattibilità della rimozione non può essere garantita: ci sono tutta una serie di incertezze, e dipenderà dalla scala delle installazioni, dal tipo di tecnologia e della sua fattibilità fisica», ha precisato Roberts. Per questo, «la rimozione futura deve essere limitata da un taglio delle emissioni oggi». Altrimenti, sarà inutile.

Le Nazioni Unite sottolineano infine la mitigazione – ovvero il taglio delle emissioni – e l’adattamento – cioè l’elaborazione di strategie che permettano di vivere dignitosamente in un mondo più caldo – dovranno andare di pari passo.

Ma non bisogna farsi illusioni: in nessun caso ritorneremo al mondo che conoscevamo. «Alcune perdite sono irreversibili. Ritornare sotto 1,5°C non significa tornare al mondo in cui abbia vissuto», ha concluso Roberts.

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