A poche ore dalla tragedia di Capodanno, i titolari, sentiti come testimoni, raccontano agli inquirenti la loro versione sulla sicurezza all’interno del locale. Dall’uscita d’emergenza chiusa a chiave alla «poca gente» presente che avrebbe spinto Jessica a chiedere «di far entrare altre persone». Nelle carte le tensioni tra i legali dei familiari delle vittime e le autorità elvetiche. Intanto il Consiglio di stato svizzero vara un fondo a sostegno delle famiglie colpite
«Quella sera non eravamo al completo, tanto che volevo far entrare altre persone».
Una decisione, presa da Jessica Moretti, che avrebbe potuto aggravare il bilancio delle vittime e che è riportata nei verbali dell’interrogatorio a cui è stata sottoposta come testimone. Nelle carte della procura vallesana sul disastro di capodanno si leggono i primi racconti di quei momenti, riportati da feriti e testimoni nei giorni immediatamente successivi al rogo di Crans-Montana. In quei verbali sono presenti anche le prime dichiarazioni rilasciate dai titolari del locale “Le Constellation”, ora formalmente indagati.
I Moretti
Sono proprio le dichiarazioni rilasciate dai due titolari a fornire maggiori dettagli su cosa può essere successo quella sera, a partire dai materiali utilizzati nel seminterrato e dall’assenza di norme di sicurezza. Jacques Moretti, sentito poche ore dopo la tragedia, ha confermato agli inquirenti di aver installato personalmente i pannelli fonoassorbenti che rivestivano il soffitto e da cui è divampato l’incendio. «Dieci anni fa abbiamo fatto una ristrutturazione completa – ha raccontato – e mi sono occupato io dei lavori all’interno. Sul soffitto c’era una schiuma acustica vecchia, l’ho semplicemente staccata e messa una nuova». Una nuova schiuma di cui non ricorda i dettagli e che definisce «standard», indicando anche il negozio da cui l’avrebbe acquistata.
E proprio quella schiuma, che avrebbe dovuto essere ignifuga, non sarebbe mai stata controllata negli anni successivi, come confermato nei giorni scorsi dal comune e dallo stesso Moretti che ne conta «tre in dieci anni». Così come non ci sarebbero stati controlli sulla capienza de “Le Constellation”. «Siamo su una superficie pubblica di circa 360 metri quadri – si legge nei verbali dell’interrogatorio del locale – per una capienza di 300 persone in totale» a cui si aggiungono «altre cento persone nella terrazza esterna, che misura circa 80 metri quadri».
Ma quella sera, sostengono i titolari, la capienza massima non era stata raggiunta. «Non eravamo affatto pieni, dal mio punto di vista la capienza era rispettata – spiega la moglie Jessica –. Anzi stavo dicendo ai camerieri di far entrare più gente». Una richiesta che, forse, non si è concretizzata e che avrebbe potuto aggravare il bilancio della tragedia.
Controlli
Sui controlli Jessica Moretti sembra voler raccontare una realtà diversa da quella a cui si è effettivamente assistito. «Già al momento della prenotazione chiedo l’età – sostiene davanti agli inquirenti – e quando arrivano al bar vengono controllati nuovamente. Quella sera ho controllato personalmente le persone nel seminterrato quando sono arrivata».
E oltre all’età dal quadro descritto dalla titolare emergerebbe anche una grande attenzione alla sicurezza con diversi ragazzi allontanati a causa di comportamenti molesti dovuti all’alcol. «Un gruppo di italiani è stato allontanato – dice – dopo che abbiamo notato che un ragazzo aveva in mano una bottiglia vuota di Amaretto che non proveniva dal nostro bar».
Un’attenzione alle norme di sicurezza che non sembra però trovare riscontri negli elementi che emergono dalle indagini, vista l’età giovanissima di molte delle vittime e le gravi carenze sulla sicurezza. Dall’interrogatorio di Jacques emerge infatti anche la conferma che una delle porte di emergenza era stata chiusa a chiave. «Siamo andati alla porta di servizio – racconta agli inquirenti – che abbiamo trovato chiusa e bloccata. Con le altre due persone presenti, abbiamo forzato la porta e ho visto che era stata chiusa dall’interno con un chiavistello».
Una finta via di fuga che avrebbe dato una vana speranza ai clienti che avrebbero tentato di uscire dal locale da quella porta, rimanendo bloccati. «Nel momento in cui abbiamo aperto – dice Moretti, «mostrandosi molto commosso» come annotano gli inquirenti – abbiamo trovato cinque o sei persone ammassate dietro la porta prive di sensi».
Intanto proseguono le indagini sia sul versante svizzero che italiano, dove si attendono i risultati definitivi delle autopsie disposte dalla procura di Roma. Mercoledì mattina il consiglio di Stato svizzero ha sbloccato un fondo a sostegno delle vittime della tragedia di capodanno: un importo forfettario di 10mila franchi sarà messo a disposizione di ogni ferito e delle famiglie delle 40 persone decedute. Il canton Vallese, inoltre, per prevenire altri episodi simili ha deciso di vietare definitivamente l’utilizzo di candele pirotecniche all’interno di tutte le strutture destinate ad ospitare il pubblico.
«Le pressioni»
infine, nelle oltre 300 pagine di atti delle indagini svolte proprio dalla procura del Canton Vallese, emergono anche le forti tensioni tra i legali dei familiari delle vittime e le autorità elvetiche. Nel sistema svizzero, le parti civili, a differenza di quanto accade in quello italiano, rivestono fin dalle prime battute dell'inchiesta un ruolo da protagonisti. È il sette gennaio e due avvocati, Romain Jordain e Nina Fournier, scrivono altrettante mail alla procuratrice generale Be'autrice Pilloud e ai suoi magistrati accusando di «pressioni illegali sulle famiglie» la Polizia cantonale e di escluderli dalle indagini «già piene di lacune».
Domani a Palazzo Chigi l'incontro tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, l'avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, rappresentanti dei ministeri degli Esteri, dell'Interno, degli affari europei e della Protezione Civile e i familiari delle vittime della tragedia di Crans Montana. L'incontro, spiega Palazzo Chigi in una nota, «come annunciato dal Presidente Giorgia Meloni, e in coerenza con l'indirizzo espresso dal Parlamento, servirà a coordinare una linea comune sul fronte giudiziario, sia in territorio elvetico sia in quello italiano, e a valutare le possibili iniziative da intraprendere».
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