Per tirare lo sciacquone nei bagni bisogna riempire un secchio d'acqua. La connessione wi-fi che salta rende difficile utilizzare le lim, il giardino non è agibile e troppi insegnanti cambiano di anno in anno. Queste sono solo alcune delle ragioni denunciate dagli studenti dell’Istituto Piaget-Diaz di Roma, che il 26 ottobre hanno deciso di occupare la succursale di Tor Sapienza «per pulirla e sistemarla», spiegano.
Ma il Piaget è solo uno dei tanti istituti che nelle ultime settimane sono stati occupati in tutta Italia, da Torino a Palermo, passando per Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Milano e Genova. Le prime occupazioni sono cominciate il 5 ottobre, dopo l’invito alla «mobilitazione permanente» lanciato dall’organizzazione politica studentesca Osa il giorno prima.

Nella Capitale, dal Cavour al Montessori, dal Tasso al Mamiani, l'elenco degli istituti coinvolti si allunga ogni giorno: sarebbero una ventina, dall’inizio del mese, quelli occupati. Oltre una ventina anche a Torino, a Napoli 25. Sette a Palermo, sei a Genova, almeno due a Milano, due a Bologna. A Firenze, il 20 ottobre, gli studenti di undici scuole hanno diffuso un comunicato congiunto per spiegare le ragioni della protesta: «Abbiamo scelto di bloccare le nostre scuole in segno di protesta di fronte a un governo che “prioritizza” la guerra a discapito dell'istruzione», scrivono nella nota da cui si capisce che la mobilitazione combina problematiche locali con le grandi questioni nazionali: i tagli all’istruzione, le politiche di riarmo, il decreto Scuola con il tetto agli stranieri, la formazione scuola-lavoro e i limiti all’educazione sessuo-affettiva. Nei comunicati delle scuole occupate si parla anche di diritto allo studio, carovita, libri e trasporti sempre più costosi, precarietà degli insegnanti e mancanza di risorse per l'istruzione pubblica.
«Le grandi manifestazioni attirano maggiormente l'attenzione dei giornali, ma nelle scuole la protesta va avanti ogni giorno grazie all’impegno degli studenti e dei giovani militanti e attivisti. Nelle scuole si respira un clima di grande sostegno alla mobilitazione: sono decine le occupazioni in corso, gli scioperi, le assemblee che permettono la diffusione di coscienza e consapevolezza, la costruzione di un pensiero politico attraverso i corsi, il dibattito, il confronto», spiega a Domani Tommaso Marcon di Osa che stima che dall’inizio di ottobre gli istituti occupati sarebbero più di cento.
«In alcune scuole le proteste hanno anche strappato confronti e soluzioni ai nostri problemi dalle istituzioni»: Marcon racconta che, a Roma, ad esempio, a seguito della mobilitazione del liceo Levi Civita e dell'istituto Di Vittorio-Lattanzio, circa duecento persone tra studenti, famiglie e docenti si sono riunite in assemblea e sono riuscite a ottenere un tavolo permanente con il Municipio V e la sovraintendenza per risolvere i problemi dei loro istituti, «e il privilegio nell’utilizzo della “Rampa Prenestina” per l’accesso agli istituti stessi. Sentiamo forte anche il sostegno degli abitanti dei quartieri popolari in cui sorgono le scuole che occupano. In molti casi i professori si uniscono a noi e vengono a scuola a fare assemblee congiunte e corsi durante l’occupazione, ci siamo uniti in assemblee anche con i genitori, alcuni ci portano il pranzo».
Che la protesta raccolga un sostegno significativo tra i giovani emerge anche da un'indagine realizzata da Skuola.net, condotta su 1.500 studenti delle scuole superiori. Il 33 per cento degli intervistati dichiara di partecipare attivamente alle mobilitazioni, il 56 per cento ne condivide le motivazioni e il 62 per cento si dice favorevole alle occupazioni scolastiche. Circa uno studente su dieci riferisce di aver preso parte a un'occupazione nel proprio istituto. Dati che non rappresentano l'intera popolazione studentesca, ma che offrono una dimostrazione, ennesima, di come in atto ci sia una mobilitazione sociale più ampia, che guarda anche oltre i confini nazionali, Spagna e Francia, che si prepara a tornare in piazza il 30 ottobre, in occasione dello sciopero generale indetto dall'Usb, e che coinvolge lavoratori e studenti.

Tra questi, non solo chi frequenta le superiori. Oltre alle acampadas, infatti, comparse davanti alle maggiori università italiane da settimane, negli ultimi giorni anche negli atenei stanno iniziando le occupazioni: il 19 ottobre gli studenti hanno occupato Palazzo Giusso, sede dell'Orientale di Napoli, due giorni dopo è toccato alla sede di Porta di Massa della Federico II. Il 26 ottobre, a Torino, gli studenti hanno occupato il Campus Luigi Einaudi. Il 28 ottobre a Roma la facoltà di lettere dell’università Sapienza. Più investimenti nell'istruzione pubblica, meno risorse al riarmo e risposte al carovita sono anche in questo caso le ragioni che si mescolano con il costo troppo alto degli affitti, la carenza di residenze e borse di studio e il desiderio che le università interrompano gli accordi con le aziende del settore militare.
«Gran parte delle proteste che si svolgono in questi giorni in alcune scuole italiane non ha un fondamento razionale. Confrontiamoci, discutiamo, come sto facendo con le consulte studentesche. Ma partiamo da dati veri e non inganniamo gli studenti», ha detto il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara in un video diffuso sui social in cui, invece, rivendica i risultati raggiunti dal governo Meloni su finanziamento alla scuola, edilizia scolastica, integrazione, ecc., di fatto non facendo altro che accrescere la distanza tra una generazione che si mobilita per essere ascoltata, per avere la possibilità di costruirsi il futuro e chi – senza mettersi in discussione e analizzare il perché migliaia di persone chiedono un cambiamento – continua a imporre la propria visione come se fosse l'unica possibile.

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