Le scelte perseguite dalle classi dirigenti italiane, sia di stampo conservatore sia di stampo progressista, hanno sistematicamente rinunciato a elaborare iniziative politiche capaci di riconoscere pienamente la dimensione strutturale dell’immigrazione straniera. Contingentare la presenza studentesca significherebbe continuare a portare avanti una visione miope, secondo la quale la presenza straniera rappresenta un intralcio temporaneo, un’eccezione che è meglio far finta di non vedere
Il governo italiano si appresta a varare una norma finalizzata a vincolare i criteri di selezione per la formazione delle classi nelle scuole puntando a disciplinare la provenienza migratoria del corpo studentesco. Si tratta del famoso “tetto”, un limite percentuale oltre il quale non sarebbe consentito l’inserimento di alunne e alunni con background migratorio.
La norma per come è stata annunciata anziché rappresentare uno strumento per migliorare la didattica finirebbe per costituire un elemento di discriminazione, destinato a rafforzare le disuguaglianze nell’accesso ai servizi educativi.
L’immigrazione di origine straniera in Italia ha ormai una lunga storia: le seconde, terze e quarte generazioni fanno parte di questa storia, che ha trovato nell’ambiente scolastico uno spazio di crescita, con tutte le contraddizioni che comportano i grandi cambiamenti e i processi formativi. Intervenire in questa lunga storia con strumenti che intendono separare, limitare, selezionare e contingentare è sbagliato e fuorviante. Ecco alcune ragioni per scongiurare questo tipo di intervento.
- La prima e immediata iniziativa da prendere rispetto ai numeri nelle classi italiane è relativa alla diminuzione complessiva della composizione e non alla qualità della composizione. Esistono ancora scuole dove si fanno classi da 28, 30 e 32 alunni: non è possibile continuare con questa pessima abitudine, che provoca danni pesanti all’apprendimento e al benessere della componente studentesca e del corpo docente.
- Le modalità con cui è stata elaborata la proposta si inseriscono in una congiuntura allarmista, che non favorisce la costruzione di strumenti di intervento ponderati. L’intervento sulla scuola viene annunciato subito dopo la crisi di Ceuta, con lo scopo di dare in pasto all’opinione pubblica una prospettiva di chiusura, proprio come fece l’allora ministro Gelmini nel 2010, emanando una circolare animata dagli stessi propositi all’indomani dei fatti di Rosarno.
- I provvedimenti che invocano separazione e contingentamento ingenerano nella popolazione di origine straniera paura, angoscia ed inquietudine. Associati al ricorrere ormai ossessivo della richiesta di “remigrazione” contribuiscono a creare un contesto di preoccupazione e sfiducia, destinato ad avere ripercussioni negative sul tessuto sociale.
- Una consolidata letteratura scientifica dimostra che la presenza di un background migratorio non rappresenta per tutto il resto della popolazione scolastica un limite o un elemento di criticità ma anzi costituisce un fattore potenzialmente capace di migliorare e arricchire l’esperienza educativa.
- Per scongiurare la riproposizione di forme di ghettizzazione e segregazione nei contesti educativi è necessario investire nella mediazione culturale e nella formazione del personale docente e non docente.
- I divari di conoscenza di base della lingua italiana possono essere affrontati rafforzando la presenza di docenti afferenti alla classe di concorso A023: la conoscenza di una lingua è per sua natura un processo in evoluzione e non può comportare “a priori” l’esclusione o il ricollocamento degli studenti e delle studentesse.
- Come più volte sottolineato da dirigenti scolastici e amministratori locali ci sono zone nelle quali l’applicazione di un contingentamento sarebbe impossibile se non a scapito della legalità costituzionale e del diritto all’istruzione. L’Italia negli ultimi 50 anni ha conosciuto una grande trasformazione: la presenza dell’immigrazione di origine straniera è un fenomeno strutturale, stratificato e dinamico che ha determinato cambiamenti profondi. Riproporre oggi il “tetto” vuol dire negare l’esistenza di tali cambiamenti.
- Le scelte perseguite dalle classi dirigenti italiane, sia di stampo conservatore sia di stampo progressista, hanno sistematicamente rinunciato a elaborare iniziative politiche capaci di riconoscere pienamente la dimensione strutturale dell’immigrazione straniera. Contingentare la presenza studentesca significherebbe continuare a portare avanti una visione miope, secondo la quale la presenza straniera rappresenta un intralcio temporaneo, un’eccezione che è meglio far finta di non vedere.
- La storia della presenza di studenti e studentesse con cittadinanza non italiana ha conosciuto una crescita importante nei dieci anni compresi tra il 2004-2005 e il 2014-2015, passando da 307.803 unità a 814.208. Nei dieci anni successivi la crescita si è fermata e i dati si sono stabilizzati: l’ultima rilevazione risale al 2024-25 e segnala 931.323 presenze. I numeri parlano di un fenomeno ormai stabile e negano l’esistenza di una crescita esponenziale.
- La scuola italiana al contrario di ciò che è avvenuto in altri ambiti del settore pubblico ha dimostrato fin dalla fine degli anni 80 di saper realizzare esperienze didattiche capaci di combattere le discriminazioni, evitando il ricorso a classi differenziali, favorendo il dialogo educativo, contrastando i fenomeni di razzismo e xenofobia. Il lavoro del personale docente e non docente è stato capillare e molto intenso: oggi va rivendicato con orgoglio. Tuttavia, se accompagnato inizialmente da un generale sostegno degli uffici ministeriali, è stato poi segnato progressivamente da isolamento e scarsità di mezzi a disposizione. La soluzione del contingentamento non farebbe che avallare le pratiche meno virtuose riducendo gli spazi di apertura e sperimentazione.
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