Da Ferragosto le ong documentano 20 cadaveri alla deriva nel Mediterraneo centrale e denunciano l’assenza di operazioni di recupero. La Guardia costiera italiana: «Dopo la segnalazione abbiamo informato il coordinamento libico, non siamo noi competenti su quell’area»
Da Ferragosto 20 corpi senza vita continuano a galleggiare nel Mediterraneo centrale. Il loro primo avvistamento risale alla mattina di venerdì 14 agosto, quando Albatross, l’aereo di monitoraggio guidato dall’ong Sos Méditerranée, ha individuato 11 cadaveri e assistito al respingimento illegale di due imbarcazioni da parte della cosiddetta guardia costiera libica. Il 15 agosto, il velivolo di Sea-Watch e la barca a vela dell’organizzazione Resqship si sono recate sul posto e hanno avvistato altri 3 corpi fra le onde.
Barbara Antonelli, responsabile della Comunicazione di Sos Méditerranée, raggiunta da Domani, fa sapere che lunedì 17 agosto il monitoraggio aereo ha riscontrato altri 6 corpi abbandonati in acqua.
A causa dello stato di decomposizione e delle limitate capacità di recupero delle imbarcazioni, per le ong non è stato possibile prelevare i corpi. Le organizzazioni della società civile non hanno di fatto né l’equipaggiamento né il mandato per effettuare questo tipo di interventi, ma rappresentano spesso l’unica fonte di documentazione delle vittime nel Mediterraneo. Contattate da Domani, Sea-Watch e Resqship sostengono che nonostante la segnalazione alle autorità, non ci sarebbe stato finora alcun intervento di ricerca o recupero dei cadaveri da parte della guardia costiera italiana e di Frontex.
«Un pattern ormai consolidato»
«Nonostante l’area rientri nella cosiddetta zona Sar libica, le autorità italiane sono state informate degli avvistamenti, ma da nessuno è arrivata una risposta pubblica né un’azione di coordinamento visibile. Questo silenzio conferma un pattern ormai consolidato: si delega alla cosiddetta guardia costiera libica, finanziata dall’Ue, la gestione di chi attraversa il Mediterraneo, mentre gli assetti e le istituzioni europei si sottraggono alle proprie responsabilità», commenta Anna Giannessi portavoce tedesca delle operazioni aeree di Sea-Watch.
Abbiamo chiesto alla Guardia costiera di commentare l’accaduto e spiegare perché i corpi segnalati tra il 14 e il 15 agosto risultano ancora abbandonati in mare aperto. Il capitano Roberto D'Arrigo, capo dell'Ufficio comunicazione della Guardia costiera, ha detto che la segnalazione è stata ricevuta: «Abbiamo informato il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico che è responsabile per l'area in cui è avvenuto l’avvistamento, a circa una cinquantina di miglia da Zuwara. Hanno assunto il coordinamento di questa attività e avrebbero mandato un assetto, senza richiedere la nostra cooperazione. Non siamo noi competenti su quell’area».
Del probabile naufragio e delle persone disperse in mare restano alcune foto scattate dai velivoli delle ong che serviranno per contribuire al loro riconoscimento. Le immagini mostrano i corpi accompagnati da un gommone sgonfio, naufragato poco distante da loro. Alcuni di loro portano legate in vita delle camere d’aria a mo’ di salvagente. «Queste morti non sono accidentali, sono la diretta conseguenza di scelte politiche degli Stati costieri che dovrebbero invece salvaguardare e garantire la vita umana in mare delle persone in movimento. Persone che fuggono dalla Libia e i cui diritti sono costantemente calpestati in vita e negati in morte», dice Fulvia Conte, capo missione dell’Albatross, che nel corso dell’operazione di volo ha assistito anche a due respingimenti illegali di imbarcazioni dirette verso l’Europa.
Prima e dopo l’avvistamento dei corpi, le intercettazioni libiche sono state ripetute e documentate. La sera del 12 agosto, mentre gli occhi di molti erano puntati sull’eclissi solare, l’ong tedesca Sos Humanity è stata testimone dell’inseguimento della guardia costiera libica nei confronti di un gommone sovraccarico, con a bordo circa 30 persone in fuga. All’ong è stato intimato di allontanarsi, mentre una motovedetta ha raggiunto il gommone speronandolo e intercettando le persone a bordo.
Intimidazioni libiche
Il giorno successivo la nave Sea-Watch 5 riporta di essere stata accerchiata e minacciata per ore da diverse imbarcazioni, alcune delle quali si sono identificate come mezzi della guardia costiera libica. Il fenomeno si chiama shadowing: i mezzi armati seguono come un’ombra le navi delle ong, spesso minacciandole esplicitamente. Nella notte, uno di questi si è avvicinato è ha lasciato in mare una luce galleggiante che ha permesso di individuare e soccorrere sei persone gettate in acqua, provenienti dal Medio Oriente.
Se le intimidazioni libiche verso le ong si intensificano, insieme alle intercettazioni di chi parte, anche i morti e i dispersi crescono. I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) mostrano che dall’inizio del 2026 almeno 872 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo centrale, il 24 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Le vittime si susseguono a distanza di poche ore: il 17 agosto, al largo della Libia, la nave di Emergency ha soccorso una barca di legno con 57 migranti a bordo, di cui sette già morti. Altri nove corpi sono stati recuperati negli ultimi due giorni dalle coste di Tajoura, vicino alla capitale libica, dopo il ribaltamento della loro imbarcazione. A dirlo in un comunicato stampa è la sezione di Tripoli dell’organizzazione umanitaria Mezzaluna Rossa, secondo cui è probabile che a riva ne vengano ritrovati altri, dal momento che l’imbarcazione trasportava circa 19 persone.
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