«È maggio 2024 quando mia figlia, 14 anni, manifesta i primi sintomi di quella che, nel giro di due mesi, viene diagnosticata come anoressia nervosa. All’inizio è solo una concentrazione ossessiva su skincare, trucchi e workout per scolpirsi una pancia piatta ma nel giro di pochissimo diventa disturbo, nevrosi, malattia».

A parlare è Irene, mamma di Luce. «A settembre inizia il liceo e vuole farsi trovare pronta: magra, omologata, potenzialmente “popolare”. Credo di averla educata alla diversità come risorsa, a dissentire. Mi sbaglio di grosso. Perché lei vuole essere proprio “come le altre”. A ottobre non mangia più. “Non è che non voglio, non posso”, mi confida stremata un giorno, dopo che ho trovato una cava di pane secco e muffito nel suo cassetto delle magliette. All’inizio provo a normalizzare ma poi smette completamente di mangiare».

Emergenza sanitaria

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono oggi una delle emergenze sanitarie più rilevanti tra i giovani. Si dividono in anoressia e bulimia nervosa, binge eating disorder, disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. In Italia si stima che ne soffrano circa 3,5 milioni di persone, con un aumento significativo negli ultimi anni e un progressivo abbassamento dell’età di esordio.

A inquadrare il fenomeno a Domani è un noto nutrizionista romano, con una lista d’attesa talmente lunga da preferire l’anonimato. «La genesi del disturbo è complessa, identifichiamo fattori sociali, di personalità, familiari, mediatici, etc. La pandemia Covid ha sicuramente peggiorato la situazione con un incremento stimato superiore al 30 per cento, con un esordio sempre più precoce».

Irene ha chiesto subito aiuto iniziando psicoterapia e nutrizionista privatamente. «Ma è inutile, il disturbo si radicalizza. Proprio come un fondamentalismo religioso, un dogma che si impossessa di mia figlia, trasformandola: mentre il suo corpo evapora, lasciando di lei solo ossa e pelle, che si depigmenta, squama e cade, dagli occhi le esce la vita. Quando le chiedono come si sente, risponde solo: “non lo so”».

A Natale la situazione precipita. «Scopro che si taglia, si graffia, si scortica. Ha unghie lunghissime e cicatrici ovunque. Il l nutrizionista ci firma un foglio per il ricovero al Bambino Gesù: sta rischiando la vita. Tergiverso, terrorizzata, finché una mattina, la trovo sul cornicione della finestra. Anoressia nervosa con comportamento anti-conservativo, dice il foglio di ricovero. L’elettrocardiogramma segna 36 battiti al minuto, è immunodepressa, ipotiroidea. Ha le crepe nei talloni. I buchi in testa. La pelle che le si stacca di dosso e le mestruazioni che non le vengono più».

Seguono 18 giorni di ospedale con flebo, sondino naso-gastrico e bolo alimentare cinque volte al giorno, controllata da un piantone e da un genitore. «A febbraio viene dimessa e inserita in un programma di alta assistenza, del Bambino Gesù, che prevede pasti assistiti e gruppi di psicoterapia, sia per le ragazze con DCA che per i genitori, due volte alla settimana per sette mesi. Sono tutte ragazze e quando passano insieme, lungo il corridoio, sembrano una schiera di anime dannate: curve, scheletriche, lo sguardo perso chissà dove». Arriva l’estate, il corpo si scopre, gli occhi degli altri addosso, per Luce e sua madre sono mesi terribili. «Si vede grossa, grassa, deforme, e non riesce a stare seduta, né ferma».

Anoressia nervosa

L’anoressia nervosa è la malattia mentale più mortale. «Quando te lo dice un medico, capisci che la volontà non c’entra nulla. Vedere la propria figlia rischiare di morire di fame, perché la malnutrizione può fermare il cuore all’improvviso, ti fa uscire fuori di testa. Ci vuole tempo per capire quello che al Bambino Gesù ripetono per mesi: presenza, accoglienza, ascolto, amore».

I report lo mettono nero su bianco: l’anoressia nervosa ha il tasso di mortalità più elevato tra tutti i disturbi psichiatrici, stimato tra il 5 e il 10 per cento. A settembre, dopo essere stata dimessa «per raggiunti limiti di tempo», Luce viene presa in carico dal sistema sanitario territoriale, Asl Roma 1, che fa capo al Santa Maria della Pietà. «Dopo avere perso quei pochi chili faticosamente presi è più stralunata che mai», continua Irene.

«L’anoressia ha mangiato tutto dentro di lei. È carcerata in quella che chiama “una bolla di vetro infrangibile”, che la separa dal mondo, dalla vita, da me. In questo disastro, dopo un anno che ho smesso di lavorare per seguirla h 24, anche la famiglia si sfascia. Al Santa Maria non incontriamo né psicologo né nutrizionista. Solo colloqui brevi, con un’educatrice professionale, centrati sul peso».

Qui vorrebbero ricoverarla nella struttura residenziale di comunità, ignorando le indicazioni del Bambino Gesù, ma Irene fa di tutto perché non accada. «Una dimensione che isola e medicalizza un disturbo che dovrebbe essere risolto in maniera organica in famiglia, in età pediatrica, è sempre l’ultima ratio».

Per mancanza di assistenza adeguata, Irene è stata costretta a tornare al privato, chiedendo soldi in prestito ai genitori. Il percorso funziona, oggi Irene e Luce sono insieme, e ogni giorno è un piccolo passo verso la guarigione. «Ora Luce mangia, non piange e non si dimena più, le relazioni scolastiche la sostengono, torna vita negli occhi. Torna al suo sport tanto amato, alla lettura, alla scrittura, a uscire da sola. Inizia a essere di nuovo viva». Ma a chi non può sostenere economicamente un percorso privato, cosa succede?

(1 – continua)

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