L’Italia non sa più crescere. Così, preoccupati dalla situazione economica (una zavorra per il 78 per cento dei cittadini), con stipendi fermi e perdita di potere d’acquisto, gli italiani sfuggono allo stress ricalibrando i propri stili di vita: meno sprechi e più attenzione alla cura del benessere personale.

È la fotografia del paese scattata dal Rapporto Coop 2026. Consumi e stili di vita degli italiani, presentato giovedì 10 settembre a Milano. «Il quadro che emerge», ha commentato Domenico Brisigotti, presidente di Coop, «è quello di un paese in stallo, contrassegnato da una sempre più forte polarizzazione sociale con una classe media in grande difficoltà».

Rispetto a cinque anni fa, l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze interne, è cresciuto del 2,5 per cento: è l’effetto della contrazione dei redditi, a sua volta causata dalla scarsa produttività dell’economia. Secondo i principali indicatori, la crescita del Pil nel 2026 e nel 2027 sarà inferiore all’1 per cento, nonostante le deroghe al patto di stabilità e la spinta degli investimenti legati al Pnrr.

I fattori di freno sono tre. Innanzitutto, il pessimo rendimento della produttività, che non riesce a crescere a parità di risorse impegnate: negli ultimi anni, la variazione di produttività ha registrato il segno meno (-0,2 per cento). In secondo luogo, pesa il fattore demografico: è l’unico in grado di sostenere i consumi in una situazione in cui i redditi non crescono, ma in Italia il numero dei cittadini è in contrazione.

Infine, contano le specificità dell’imprenditoria italiana: la dimensione d’impresa è la più bassa d’Europa e i settori ad alto valore aggiunto sono pressoché assenti. L’unica, magra, consolazione potrebbe arrivare dall’inflazione, che in Italia è cresciuta meno della media europea. Tuttavia, gli italiani hanno una percezione maggiore dell’inflazione rispetto agli altri europei (+5,1 per cento contro +3,6 per cento).

Paradosso

A questa fotografia si accompagna il paradosso del mercato del lavoro. L’occupazione è ai massimi storici, eppure si rilevano segnali di sofferenza: il 56 per cento degli intervistati è insoddisfatto della propria retribuzione, il 35 per cento denuncia ritmi e carichi di lavoro troppo elevati e il 32 per cento lamenta l’assenza di adeguati spazi di carriera.

Inoltre, le imprese affermano di non riuscire a trovare profili adeguati al proprio fabbisogno e sono così costrette a trattenere una quota sempre maggiore di over 50 o pensionati. Un dato, più degli altri, inchioda questa situazione: in Italia il 42 per cento della forza lavoro è over 50, 10 anni fa era solo il 22 per cento.

Timori

Ma gli italiani non sono preoccupati solo dalla situazione economico-finanziaria: contano anche il clima sociale (per quattro italiani su cinque, la società è diventata molto più violenta rispetto al passato) e lo scenario geopolitico internazionale, che per il 77 per cento potrebbe portare a uno shock energetico entro i prossimi cinque anni.

Effetti di simili difficoltà e timori è un generale senso di stanchezza: il 58 per cento degli intervistati lamenta la mancanza di tempo da dedicare a sé stessi, mentre quasi uno su tre afferma di essere in burn-out, in particolare le donne e la Generazione Z. Le vie di fuga da questa pressione sono dati dall’appoggio della famiglia (che rimane l’elemento identitario per eccellenza per il 64 per cento degli italiani) e da una nuova attenzione al benessere individuale, che per gli intervistati coincide con buone capacità cognitive (64%), benessere psicologico (54%) e salute fisica (43%).

Consumi

In una situazione di contrazione dei redditi e di perdita del potere d’acquisto, i consumi sono cambiati. La lotta agli sprechi è condivisa dal 65 per cento degli italiani, sempre più attenti a spendere in maniera oculata, dando priorità alle esperienze uniche invece che ai prodotti e alla riparazione invece che alla sostituzione.

Un approccio contemporaneamente contenitivo e qualitativo che si riflette anche sulle abitudini alimentari. Oltre sei italiani su dieci (62%) affermano di aver ridotto le cene e i momenti di conviviali fuori casa, specificando (66%) che a pesare su questa scelta sono ragioni economiche. Per converso cresce il volume di vendite nei supermercati: +5,6 per cento dal 2019, con un peso crescente della marca del distributore, che rappresenta quasi un terzo delle vendite.

L’attenzione davanti allo scaffale è una scelta obbligata vista la crescita del 29,7 per cento dei prezzi alimentari rispetto al 2019, ma l’aspetto economico non è l’unico che influisce sulla composizione del carrello della spesa.

In relazione alla rinnovata attenzione al benessere, infatti, spariscono cibi processati per far largo a nuove icone come kefir (al primo posto dei prodotti con maggiore aumento di vendita, +51,2 per cento delle vendite), semi di chia, di girasole, di zucca e altri ancora (+26,3 per cento), e ancora uova, mango e avocado.

Allo stesso modo, gli italiani cercano più garanzie di qualità: la frequentazione dei discount non cresce più (+0,5 per cento la variazione di vendite rispetto al 2025), mentre aumenta quella dei supermercati (+2,4 per cento). Un altro segno dei tempi è l’impiego dell’AI, che è diventato il vero consulente degli acquisti per il 74 per cento degli italiani.

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