A pochi giorni dall’approvazione in senato del ddl Valditara, arriva a Roma per la prima volta in una piazza «Close the gap», la campagna sull’inclusione di genere e l’educazione sessuo-affettiva a scuola. Elisabetta Camussi: «Non è un’intrusione, le famiglie stesse chiedono aiuto». Tra gli ospiti, Gino Cecchettin
Una manina, tesa verso l’alto, oscilla da un angolo della galleria Umberto Sordi di Roma. Beatrice ha su per giù sei anni e vuole rispondere a una domanda che ha sentito. «Le muffe nascono dalla sporcizia», afferma con una timidezza audace. «Brava – le risponde dal palco il docente e scrittore Enrico Galiano – dalla sporcizia. E dalla mancanza di aria buona». Il riferimento è al «not all men»: sono l’ambiente e la cultura a permettere che le discriminazioni e la violenza di genere – le spore fungine – prosperino. Riguarda tutti e tutte, anche chi ci tiene a specificare «io no, non lo farei».
La bambina è lì probabilmente per caso: accanto a lei ci sono i suoi compagni e due maestre, incuriosite dall’evento. Così «Una piazza per parlare di educazione alle relazioni» di Coop riesce nel suo intento: essere in uno spazio pubblico permette anche a chi non sapeva dell’appuntamento di fermarsi ad ascoltare. «La muffa c’è in alcuni punti e in altri no», specifica la seienne. «A casa mia è così» mormora, mentre alcuni, bonariamente, ridono. Per eliminarla, le spiega Galiano, serve cambiare alcune abitudini. Serve, fuor di metafora, l’educazione sessuo-affettiva.
A pochi giorni dall’approvazione in Senato del ddl Valditara – che vieta l’educazione sessuo-affettiva all’infanzia e alla primaria e introduce il consenso dei genitori nelle secondarie – la campagna «Close the gap» sulla differenza di genere riparte da una riflessione che riguarda anche la scuola. Tra una lavagna e qualche banco in prima fila, presidenti ed esperti di associazioni e fondazioni intervengono portando anche la propria esperienza personale. Il «not all men» viene ribaltato: anch’io a volte discrimino. Anch’io ogni tanto ho scambiato la gelosia per amore, ho giudicato l’abbigliamento di una donna, ho pensato che ministro suonasse meglio di ministra.
Serve l’educazione
«Non è sufficiente essere informati o avere una consapevolezza intellettuale per contrastare gli automatismi e le modalità interiorizzate», ci spiega Elisabetta Camussi, professoressa di psicologia sociale dell’Università di Milano Bicocca. «Non bastano regole astratte. L’educazione può aiutare a riconoscere i bisogni e le emozioni in sé stessi e negli altri». Per far sì che questo avvenga, spiega la docente, servono competenze psicologiche e pedagogiche. Serve qualcuno che «si faccia carico delle persone».
Camussi è nel comitato scientifico della ricerca Coop «La scuola degli affetti». I dati dell’indagine – condotta su un campione stratificato e rappresentativo della popolazione italiana – smentiscono l’idea che le famiglie considerino l’educazione a scuola un’intrusione. «È illusorio, ideologico e anche superficiale credere che la famiglia riesca a farsi carico di questa educazione», specifica Camussi. «Non ne avrebbero le competenze. Inoltre i genitori sono i primi a desiderare l’aiuto degli esperti».
La prevenzione
Sono tanti i genitori presenti all’appuntamento in piazza. Anche tra le istituzioni. Monica Lucarelli, assessora alle pari opportunità di Roma Capitale, confessa di aver da poco commentato i pantaloni corti di sua figlia: «Ero preoccupata per lei, ma non avrei dovuto».
È lei a dare il via all’esercizio, liberatorio, di ammettere i propri errori. Lo scarto, ancora una volta, è tra il dire e il fare. Tra il principio e la pratica. Un tema su cui insiste anche un altro genitore presente: Gino Cecchettin, padre di Giulia e presidente dell’omonima fondazione. «La sensibilità, rispetto a un tempo, è cresciuta. Eppure il percorso è ancora lungo», ci spiega. «È una scalata. Alla base c’è il dire, poi c’è il fare. E in cima, l’amare».
«Dire, fare, amare» è proprio il nome della campagna di Coop a sostegno dell’introduzione dell’educazione affettiva nelle scuole. È solo una delle varie iniziative di cittadinanza attiva lanciate dall’insieme di imprese cooperative e sostenute dalle varie associazioni presenti, da Una nessuna centomila ad Amnesty international, da Arcigay a Differenza donna.
Il fil rouge? La prevenzione. «Abbiamo voluto spostare l’accento su ciò che c’è prima di qualsiasi atto di violenza», sottolinea Maura Latini, presidente Coop Italia. «Siamo qui per affermare con forza la necessità, non più rinviabile, di un’educazione alle relazioni che sia obbligatoria nelle scuole, lì dove si formano le giovani generazioni. Tutto ciò malgrado il governo vada in ben altra direzione».
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