È il maschile a dover cambiare e assumere la responsabilità degli stereotipi e della violenza di genere, anche attraverso i docenti in aula. È però fondamentale intervenire sui bambini e le bambine dai tre ai dieci anni, «un lavoro di prevenzione culturale radicale», spiega la docente, perché significa «arrivare prima che gli stereotipi possano sedimentarsi». La sperimentazione è rivolta ai maestri e alle maestre di Veneto, Toscana e Puglia
Già dal buongiorno in classe si può escludere e diseducare alla parità. «Dire “buongiorno bambini”, solo ai maschi, è un mondo di inconsapevolezza, significa non porsi il problema che il maschile sovraesteso occulti le bambine, che in aula ci sono e devono essere nominate». Un gesto che può sembrare minimo, ma che contribuisce in modo potente alla costruzione di un immaginario.
Irene Biemmi è docente di Pedagogia di genere all’università di Firenze, componente del comitato scientifico della fondazione Giulia Cecchettin e responsabile del corso “Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia”, rivolto a chi insegna alla primaria e alla scuola dell’infanzia.
La fondazione è nata dalla volontà di Gino, Elena e Davide Cecchettin, rispettivamente padre, sorella e fratello di Giulia Cecchettin, studentessa di 22 anni uccisa dall’ex partner nel 2023, e si pone come obiettivi inclusione, lotta alla violenza di genere, attraverso programmi educativi.
Il corso finanziato dalla fondazione, che ha già raggiunto il numero massimo di iscrizioni, è rivolto ai maestri e alle maestre di Veneto, Toscana e Puglia.
Saranno anche il campione di indagine di una ricerca biennale sulla consapevolezza di genere del corpo docente, sui bisogni formativi e le competenze sviluppate. Perché in Italia mancano i dati: «C’è poca ricerca scientifica, non si sa nemmeno se i docenti siano o meno favorevoli all’introduzione dell’educazione di genere a scuola», spiega Biemmi.
Le quote blu
È il maschile a dover cambiare e assumere la responsabilità degli stereotipi e della violenza di genere. Questo è un punto fermo per la fondazione, sottolinea la docente, «i bambini hanno urgenza di ricevere una formazione che smitizzi quel dover essere del maschile, che è una gabbia, a volte anche dolorosissima. Un’idea di forza e sopraffazione lontana dai bisogni individuali di quel bambino e dal suo voler stare al mondo». E l’azione di cambiamento può avvenire attraverso i e le docenti, con un modello alternativo di scuola che educhi alla parità.
Ma anche per loro non c’è formazione: all’università non è previsto l’insegnamento di pedagogia di genere, la disciplina che forma a stare in classe con uno sguardo attento alla dimensione dell’uguaglianza e alla valorizzazione delle diversità. Il 4 per cento del corpo docente delle scuole dell’infanzia e primaria è costituito da uomini.
«Questi ordini scolastici anche in Europa sono femminilizzati, ma con percentuali assolutamente diverse», precisa Biemmi. Per questo, la fondazione ha previsto le “quote blu”, per permettere ai maestri interessati di prendere parte alla formazione.
Educare dall’infanzia
Non solo non è presente in modo strutturale l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole (l’Italia è uno degli otto stati membri in cui è facoltativa), ma il disegno di legge approvato in prima lettura, che porta il nome del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, la condiziona alla volontà degli istituti, ai fondi e al consenso informato delle famiglie.
Secondo Biemmi è però fondamentale intervenire sui bambini e le bambine dai tre ai dieci anni, «un lavoro di prevenzione culturale radicale» perché significa «arrivare prima che gli stereotipi possano sedimentarsi».
Dai 12 anni in poi è già stata incamerata una serie di rappresentazioni di immaginari, sul maschile e sul femminile, sulle relazioni tra i generi, frutto di una cultura patriarcale, spiega la docente. È complicato decostruire qualcosa che si è depositato in modo granitico, come gli stereotipi, che sono – li definisce la docente – «una forma mentis che mira alla semplificazione e al risparmio cognitivo».
A chi condanna l’educazione alle relazioni a partire dai tre anni, sostenendo che non si può parlare di violenza ai bambini, risponde Biemmi: «Non ha senso parlare di violenza a quell’età, non potrebbe essere compreso. Ha senso, invece, parlare di rispetto, pari opportunità, uguaglianza». Se non ci si fa carico di questo tipo di educazione, quel vuoto verrà riempito dagli algoritmi.
La cassetta degli attrezzi
Questo corso è in linea con il protocollo firmato da Gino Cecchettin con il Mim, precisa, e vuole fornire una “cassetta degli attrezzi” agli insegnanti. Dal linguaggio, «che è una spia sull’attenzione o meno rispetto a certe categorie umane», alla pedagogia ed educazione di genere, a strumenti concreti per riconoscere come gli stereotipi, le discriminazioni e la disuguaglianza vengono veicolati non solo da cartoni e pubblicità, ma anche dai libri di testo.
Sui manuali, il monitoraggio di Biemmi pubblicato nel 2010 dal titolo “Educazione sessista” aveva dato risultati «catastrofici»: «Una spartizione binaria e rigida, che ricalca i ruoli sociali tradizionali. L’uomo mantiene economicamente la famiglia e la donna si occupa della cura». Anche su questo possono incidere i maestri e le maestre, scegliendo libri più paritari e attenti alla dimensione di genere, verso nuovi immaginari. Costruendo le premesse culturali perché la violenza non si generi.
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