Il Senato ha approvato con 78 voti a favore e 38 contrari il provvedimento che vieta l’educazione sessuo-affettiva alla primaria e all’infanzia e la condiziona al consenso informato dei genitori alla secondaria. «Si sta minando la libertà di insegnamento e la fiducia verso la scuola», denuncia Pasquino di Educare alle differenze. E, sottolinea la docente di Nudm, «si ostacola la possibilità di prevenire la violenze di genere»
Il ddl Valditara è legge. Il provvedimento che vieta l’insegnamento dell’educazione sessuo-affettiva all’infanzia e alla primaria e lo condiziona al consenso informato dei genitori nelle secondarie mostra «uno Stato che ha paura della scuola», dice Monica Pasquino, presidente di Educare alle differenze. Una scuola estranea alla tradizione democratica, in cui avrebbe «il compito di insegnare a leggere la complessità». Un provvedimento che, per Pasquino, «parte dalla paura degli adulti».
La nuova legge, approvata dal Senato con 78 voti favorevoli e 38 contrari, stabilisce che le istituzioni scolastiche debbano richiedere il consenso informato preventivo e scritto dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, almeno sette giorni prima, «per la partecipazione a eventuali attività che riguardino i temi attinenti all’ambito della sessualità». La scuola, oltre a dover mettere a disposizione il materiale didattico, deve esplicitare le finalità, gli obiettivi educativi e formativi, i contenuti e le modalità. E, per chi non ha il consenso dei genitori, l’istituto deve garantire attività formative alternative.
Queste novità comportano un lavoro per l’istituzione scolastica che si trova già con risorse ridotte. «Dal punto di vista organizzativo c’è un dispendio di tempo e risorse», spiega E., docente e attivista di Non una di meno (Nudm) e Cattive maestre, che preferisce rimanere anonima per la sua attività politica: «Bisognerà raccogliere le autorizzazioni con una settimana di anticipo e organizzare attività alternative, con docenti e personale Ata». Questo rischia di portare le scuole a rinunciare ai corsi di educazione sessuo-affettiva, oltre a esporre sul piano politico chi decide di organizzare queste attività.
Bisogni reali inascoltati
Con questa legge, secondo il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, «tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori». Quella che per il portavoce dell’associazione Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe è «una giornata storica», per le opposizioni, le associazioni, i movimenti ma anche per molte realtà che si occupano di educazione è un grave arretramento dei diritti.
Che rifiuta anche di leggere il presente e i dati sulla violenza di genere, sull’aumento delle violenze tra persone adolescenti e sulla crescita delle malattie sessualmente trasmissibili. Il Centro europeo per le malattie infettive ha infatti recentemente registrato una situazione allarmante per l’impennata delle infezioni sessualmente trasmissibili, soprattutto gonorrea e sifilide. L’Osservatorio di Nudm, aggiornato all’8 maggio, nel 2026 ha registrato 19 femminicidi e, secondo l’Istat, una donna su tre in Italia, dai 16 ai 75 anni, ha subito almeno una violenza fisica o sessuale nella vita.
«Il consenso informato ostacola la possibilità di prevenire la violenze di genere e rende difficile anche l’educazione alla salute», sottolinea la docente e attivista di Nudm. «Sono bisogni dettati dall’esperienza – pornografia online, sexting, consenso, gelosia – che questo provvedimento chiede di silenziare, demandandoli a una presunta educazione in ambito familiare», denuncia Pasquino. Demandandoli proprio ai luoghi dove, lo dicono i dati, si riproducono «violenza, controllo, ruoli di genere rigidi e cultura del possesso», sottolinea Nudm.
«Lo spauracchio del gender»
Una direzione che va in senso opposto agli standard internazionali e priva «bambini, bambine, ragazzi e ragazze», sottolinea la fondazione Una Nessuna Centomila, «di quello che invece viene considerato dall’Oms un diritto per tutti». Fin dall’infanzia, per promuovere la consapevolezza delle proprie emozioni e impedire la formazione di stereotipi di genere. «Che un ministero decida per legge il divieto per la scuola di parlare di alcuni contenuti è un qualcosa di inedito – spiega Pasquino – Si sta minando la libertà di insegnamento e la fiducia verso la scuola». Vietare un tema o condizionarlo a un’autorizzazione suggerisce l’idea che si tratti di argomenti pericolosi e insinua la logica del sospetto.
«Ci accusano di voler sessualizzare l’infanzia, ma educazione significa parlare di emozioni, di confini personali, consenso e rispetto delle differenze», conclude Pasquino. La scuola smette così di essere uno spazio di riflessione, scoperta, di condivisione e conoscenza, di possibilità. «Si rende difficile l’infanzia per tutte le persone», ricorda l’attivista di Nudm, «soprattutto per le persone trans, che avranno difficoltà a scoprirsi, imparare ad accettarsi e crescere come ci si sente».
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