In pochi giorni almeno 6 donne sono state uccise da chi consideravano, o avevano considerato, un compagno di vita. Il cambiamento passa dalla scuola, dalla formazione per le forze dell’ordine e gli assistenti sociali, dalle risorse destinate ai centri antiviolenza, dalla fine del pietismo. Ercoli (Differenza Donna): «Ora serve un cambio di passo»
Joanna Rouissi aveva 50 anni quando è stata uccisa, nel pomeriggio di martedì 18 agosto, nella sua abitazione a Colleferro, vicino Roma. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il marito, Mohammed Habib Rouissi, 69 anni, durante un litigio avrebbe più volte colpito con un coltello la moglie alla gola. In casa c’era anche il più piccolo dei cinque figli della coppia, che avrebbe visto tutto. L’uomo, rintracciato dalla polizia poco dopo, ha confessato.
Da quanto riportato dalle cronache locali si capisce che Rouissi era preoccupata per il comportamento del marito: lo aveva accompagnato da uno psichiatra a causa degli scatti di violenza e aveva anche allertato la Asl. Avrebbe anche raccontato alle persone per cui lavorava delle frequenti liti in casa e dei comportamenti pericolosi del marito. «C’erano segnali di questa situazione che, però, evidentemente, sono sfuggiti o non sono stati ritenuti così pericolosi», ha commentato il sindaco di Colleferro, Giulio Calamita.
Non solo segnali, ma almeno una querela contro l’ex compagno dopo che lui aveva tentato di strangolarla, seguita da un ammonimento del questore, c’era anche nel caso di Tania Terrin, 39 anni. Soffocata da Dino Keber, 43 anni, a Ferragosto. Dopo averla uccisa lui è tornato nella sua abitazione a Dolo, in provincia di Venezia, dove si è tolto la vita. In un’intervista a La Stampa la madre di Terrin racconta che sia lei, sia la figlia erano andate dai carabinieri più volte per segnalare la situazione. Keber, inoltre, era già stato querelato altre tre volte da tre precedenti compagne, nel 2002, 2010 e 2021.
Un triste bollettino
Ma Rouissi e Terrin non sono le sole donne uccise dall’uomo che consideravano o avevano considerato un compagno di vita in meno di una settimana. Maria D’Alessandro, 75 anni, sempre il 15 agosto è stata uccisa a coltellate nella casa di Sant’Angelo a Cupolo (Benevento) dal marito Faustino Cardillo che, dopo aver tentato di ferirsi con lo stesso coltello, durante l’interrogatorio delle forze dell’ordine ha confessato il femminicidio.
Ornella Forastefano, 46 anni, nella notte tra il 15 e il 16 agosto è stata trovata agonizzante davanti al pronto soccorso di Trebisacce, con ferite e traumi gravissimi, probabilmente dopo essere stata picchiata dal compagno, ed è morta poco dopo. Il compagno Elvis Metvelaj, 42 anni, è stato fermato al porto di Bari mentre tentava di imbarcarsi per l’Albania. Oggi il gip di Bari ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere.
Michela Rubiu, 47 anni, è morta il 17 agosto dopo essere stata colpita alla testa da un proiettile sparato dal marito Alessandro Pintus il 23 luglio. Era rimasta ricoverata in ospedale a Cagliari per 25 giorni. Pintus aveva anche ucciso il fratello Andrea e confessato entrambi i reati. Carmela Bifano, 72 anni, è stata trovata con gravi ferite alla testa, il 18 agosto, in un fondo agricolo a Villaggio Frassa, in provincia di Cosenza. L’ipotesi è che sia stata colpita con una o più pietre. A dare l’allarme era stato il marito, Pietro Scintu, 80 anni, il cui racconto però non ha convinto gli investigatori, tanto che a oggi risulta essere l’unica persona indagata per l’omicidio.
«Protezione inapplicata»
«Serve, lo diciamo da tempo, un vero cambio di passo. La maggior parte dei casi aveva un alto livello di pericolosità e per questo motivo dovevano essere usati gli strumenti di protezione, ancora una volta non applicati dalle istituzioni», commenta la presidente della rete nazionale Differenza Donna, Elisa Ercoli.
Per Ercoli, le norme securitarie da sole non servono a nulla, soprattutto se l’obiettivo è generare un cambiamento reale e duraturo: «È insopportabile il silenzio assoluto di Meloni e di questo governo. In questi anni la vita delle donne in Italia è peggiorata e le donne muoiono nella noncuranza istituzionale. Questo governo ha la responsabilità di una totale inerzia e indifferenza ai problemi reali delle donne e di questo e dei femminicidi devono invece rispondere immediatamente».
Come sottolinea Differenza Donna, in Italia, infatti, manca un reale lavoro per prevenire la violenza di genere e la protezione non viene applicata «perché gli stereotipi e i pregiudizi minimizzano e banalizzano la gravità della violenza che le donne subiscono nelle relazioni intime. La sottovalutazione delle istituzioni è tale da non ritenere nemmeno di dover usare strumenti che pure esistono», ribadisce Ercoli, prima di evidenziare come né le forze dell’ordine né gli assistenti sociali siano adeguatamente formati sulle norme antiviolenza e le procedure da seguire: «È inconcepibile che con numeri così enormi di violenza e femminicidi non vi sia nulla di sistemico». Così come lo è il dialogo insufficiente tra la rete istituzionale contro la violenza di genere e i centri antiviolenza, che svolgono un lavoro indispensabile senza le risorse necessarie per farlo.
«Servono risorse per centri antiviolenza. Serve prevenzione vera a partire dalle scuole. Serve un pensiero femminista e non pietista nelle azioni di governo. O mettiamo in atto tutto questo o le storie dei femminicidi resteranno lì sugli articoli da giornale e la vita di queste donne sulla coscienza di tutti e tutte noi», scrive su Facebook Marilena Grassadonia, responsabile Diritti e Libertà di Sinistra Italiana.
© Riproduzione riservata