Di fronte al modo in cui ragazze e ragazzi reagiscono alle proprie sofferenze o alle storture della società, la politica non assume mai un ruolo pedagogico. Si vede anche dalla riforma degli istituti tecnici che sembra avere due obiettivi: ridurre lo spazio della teoria e del pensiero critico e trasformare una parte di scuola in un ufficio di collocamento per le aziende
È difficile non pensare che, qualunque sia il modo in cui i ragazzi e le ragazze reagiscono alle proprie sofferenze o alle storture della società, la politica finisca per scegliere sempre di non ricoprire un ruolo pedagogico. Chi scende in piazza contro i genocidi e per i diritti non è riconosciuto dalle istituzioni e spesso vive un senso di impotenza rispetto alla richiesta di cambiamento che prova a portare. Chi invece manifesta il proprio disagio psichico e emotivo, anche in modi sbagliati e violenti, quasi mai trova come risposta una politica che si fa carico di sofferenze individuali che hanno radici collettive, cambiando i sistemi o ampliando i servizi di cura e prevenzione. Spesso le risposte sono svalutative o repressive.
Chi studia questi fenomeni invece sa che in questa fascia d’età si possono leggere gli effetti di contesti sempre più diseguali e repressivi, che faticano a offrire un’idea di futuro. Non è un caso che i paesi con maggiori disuguaglianze sono anche quelli che prevedono un’età più bassa per la responsabilità penale.
Ma la politica è determinata a intervenire solo sui sintomi, oppure sottraendo spazi e luoghi in cui adolescenti e giovani possono provare a costruire un proprio pensiero politico. E soprattutto costruire alleanze e corrispondenze con adulti che hanno a cuore le stesse battaglie.
Gli istituti tecnici
Anche l’avanzamento della riforma degli istituti tecnici sembra avere due obiettivi chiari ma tutt’altro che pedagogici. Il primo è quello di ridurre lo spazio della teoria e del pensiero critico. In linea con altre mosse politiche come l’attacco di Donald Trump alle università – ma anche con alcune norme dei decreti sicurezza che puntano a ostacolare il desiderio trasformativo dei giovani – la riforma taglia ore di crescita intellettuale sottraendo tempo a materie non esclusivamente professionalizzanti.
Il secondo è quello di trasformare una parte di scuola in un ufficio di collocamento per le aziende, quella parte di scuola che oggi risponde al diritto all’istruzione di una popolazione ben precisa, composta in percentuale maggiore da studenti con background internazionale, di classe sociale più bassa e che vivono in aree periferiche.
Studenti che spesso sono già dentro una corsia accelerata che li porterà nel mondo del lavoro precocemente. Stando ai dati, tecnici e professionali fanno già molta fatica a rispondere ai bisogni e ai diritti di una popolazione scolastica molto più intersezionale di quella dei licei, i non ammessi e le uscite dal sistema educativo sono molto più alte in queste scuole.
Ci si sarebbe aspetti che – di fronte all’aumento di complessità del lavoro dei docenti di professionali e tecnici – il governo puntasse ad aumentare gli spazi di relazione e benessere, ad ampliare le competenze pedagogiche e a difendere i tempi di crescita e formazione di studenti e studentesse dal bisogno di manodopera del mercato. Oppure che ampliasse i fondi per il contrasto della povertà o avesse un piano per ridurre le disuguaglianze che rendono per alcuni studenti più difficile restare nel sistema scolastico.
Invece no, la riforma introduce i “Patti Educativi 4.0”, che prevedono il coinvolgimento diretto delle imprese nella co-progettazione dell’offerta formativa. Presentata come un’alleanza strategica per ridurre il “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro, sembra più avere l’obiettivo di trasformare la scuola in un’appendice della filiera produttiva. Infatti uno dei rischi (o degli obiettivi) più profondi della riforma è quello di ampliare una segregazione formativa già esistente.
Sfruttare le disuguaglianze
I tecnici oggi stanno simbolicamente in mezzo tra le scuole che nemmeno vengono considerate nelle classifiche nazionali (i professionali) e le uniche scuole di cui si parla quando ci sono gli esami di maturità (i licei). Ma mentre i licei mantengono i cinque anni e una formazione teorica, garantendo il privilegio del pensiero e del tempo, la riforma accelera l’immissione di una parte di ragazzi e ragazze nel ciclo produttivo.
Sembra esagerato parlare di avviamento allo sfruttamento ma nella riforma, “energie" e “tempi” degli studenti, in particolare di una parte di studenti che spesso è costretta a progettare il proprio ingresso nel mondo del lavoro già dalla terza media, vengono sottratte alla loro crescita personale per essere messe al servizio delle aziende. Riducendo il percorso scolastico a quattro anni per accelerare l’ingresso nel lavoro attraverso l’apprendistato precoce e i “Patti Educativi 4.0”, lo Stato sembra più interessato a sfruttare le disuguaglianze per rispondere ai bisogni delle aziende che a trovare soluzioni a una crisi sociale o al bisogno di una scuola che sia fatta di apprendimento e ascolto.
Una direzione che passa anche dai tagli alle materie che forniscono il lessico della cittadinanza. La riduzione di due ore settimanali di italiano in quinta e il calo delle scienze sperimentali, il taglio delle ore di geografia e della seconda lingua che poi vengono confusamente recuperate in una seconda correzione.
Ma anche l’ingresso di docenti esperti dalle imprese e la co-progettazione dei curricoli coi privati sembra andare in questa direzione. A chi chiede l’educazione affettiva nelle scuole, il governo risponde con “l’educazione d’impresa”. Aidan Chambers scriveva che «il livello democratico di una società cresce nella misura in cui una comunità offre a tutti la possibilità di accedere al linguaggio letterario».
Se non basta questo aspetto a vedere nella riforma un tentativo di ridurre l’accesso alla partecipazione democratica a una parte ben precisa di ragazzi e ragazze, depotenziando il loro contributo trasformativo alla società, per considerarla quanto meno problematica, forse basta rileggere la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. O anche solo l’articolo 3 che stabilisce che l’interesse superiore di chi è in crescita deve essere preminente in ogni decisione delle istituzioni pubbliche. E anche se non è specificato, intendevano sicuramente preminente anche rispetto alle necessità del mercato.
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